Come scegliete un libro quando lo comprate?
A cura di Sabina Marchesi
Pubblicato il 22/06/2005
Quasi un giallo psicologico, sorprendentemente moderno per la sua epoca, è stato magistralmente riprodotto per il grande schermo nel 1996dalla neo zelandese Jane Campion, già regista del brillantissimo Lezioni di Piano del 1993.
Per chi ha già letto Il Giro di Vite, questo romanzo, carico di atmosfere, di voci femminili, di personaggi incorporei ed eterei, di celebrazioni e ricordi, di nostalgiche suggestioni e sfide impossibili, non farà altro che reimmergere il lettore in un palcoscenico magico, dove l’autore ci mostra esattamente quello che vuole, senza darci altro modo di indovinare o di capire, se non seguendo le tracce da lui appositamente predisposte.
Quasi un giallo psicologico, sorprendentemente moderno per la sua epoca, è stato magistralmente riprodotto per il grande schermo nel 1996dalla neo zelandese Jane Campion, già regista del brillantissimo Lezioni di Piano del 1993.
La protagonista della vicenda è la inquieta, splendida, austera e bellissima Isabel Archer, giovane ereditiera americana, che parte dal Nuovo Continente per trasferirsi in Europa visitando Italia e Inghilterra.
Magistralmente interpretata sullo schermo da una matura Nicole Kidman che le ha restituito vigoria e carattere, Isabel è una donna irrequieta, ansiosa di libertà, avida di conoscenze, al punto da rifiutare, cosa inconcepibile per la sua epoca, ben due vantaggiosissime proposte di matrimonio.
Quando finalmente, grazie all’eredità ricevuta, Isabel potrebbe essere libera sul serio, affrancandosi per sempre da vincoli matrimoniali e da inutili dipendenze, ella, con tipico spirito di contraddizione femminile, dedice invece di sposarsi con il soggetto meno adatto, che mira solo ai suoi soldi.
Gilbert Osmond, che vive sullo schermo grazie alle diaboliche mosse del sempre tenebroso John Malkovich, è un egocentrico snob, affamato di denaro, presentato all’ereditiera da una complice calcolatrice ed infida, Madame Merle.
All’inizio seduttivo, intrigante e maliardo, dopo le nozze Osmond si rivela per quello che è, uno sqallido cacciatore di dote, prepotente e arrogante, dominatore e crudele, che tenta di asservire la moglie e di piegarla ai suoi voleri.
Nella romantica cornice di una città d’arte come Firenze, il loro matrimonio si avvicina pericolosamente al naufragio quando la giovane Archer, ora maritata Osmond, si trova a dover affrontare la dolorosa realtà di un coniuge sprezzante, rude e capriccioso, che sperpera ai quattro venti il suo patrimonio, favorito dalle leggi vigenti, i beni della moglie sono ora i suoi, ed egli può disporne a suo piacimento.
Una breve fuga a Londra, per assistere un parente malato offre ad Isabel l’occasione per riflettere sulla situazione, accettare la schiavitù di un matrimonio che è come un carcere, o cercare ancora una volta di raggiungere la libertà?
Non si può ovviamente svelare il finale per non togliere al lettore il gusto del romanzo, che è anche la stessa scelta fatta dalla sapiente regia della Champion nella godibilissima riduzione cinematografica.
Come fu caratteristica anche di Gustave Flaubert, Henry James mostra, per essere un uomo, una rara predisposizione all’analisi della psicologia femminile, consegnandoci questo struggente ritratto di donna, che precorre le moderne eroine dell’emancipazione del primo novecento, in cerca di una realizzazione personale al di là e al di sopra delle pastoie imposte dal legame matrimoniale.
Tuttavia, nel finale, la predominanza maschile gravita ancora addosso a Isabel, nonostante il desiderio di libertà, è grazie al cugino malato, Ralph Touchett, il quale in silenzio ha sempre vegliato su di lei, che trova il coraggio di riflettere sul suo stato, ed è grazie all’ammirazione dichiarata di uno dei suoi vecchi spasimanti, tornato alla carica, che crede di intravedere una soluzione alle sue disgrazie.
Non si poteva in effetti per l’epoca di appartenza pretendere di più da parte di uno scrittore in fondo ottocentesco, che tuttavia ci presenta una delle figure femminili più indipendenti ed autonome del periodo letterario corrispondente.
Ed è sempre l’amore il protagonista del romanzo, l’amore per se stessi e per la propria indipendenza, l’amore per l’atro che poi si rivela diverso, l’amore per il compagno dell’infanzia che si scopre essere ancora più profondo di quanto non si pensasse.
E poi il contrasto sempre tanto apprezzato dalla buona letteratura (vedi Edith Warton ed Oscar Wilde) tra gli Stati Uniti di fine Ottocento e il continente Europeo e il confronto tra due classi sociali distinte, quella antica nobiliare e la nuova ricca borghesia che fanno da sfondo alle tematiche consuete della condizione femminile, dei legami personali e dei rapporti passionali.
Un testo impegnativo questo di James che, come in Casa di Bambola di Ibsen, ci mostra l’improvvisa metamorfosi di una fanciulla giovane, arrogante, selvatica, indipendente e coraggiosa trasformatasi suo malgrado in una moglie fragile, insicura e sottomessa.
Si respira in quest’opera l’acre condanna del sistema sociale borghese dell’Europa di fine ottocento dove ogni anelito di autonomia veniva soffocato e immolato sull’altare di un falso perbenismo, dove l’ascesa sociale, la conquista del potere, l’agiatezza economica e lo status avevano la meglio sui principi, sui sentimenti e sulle passioni.
Nel romanzo di James le opere d’arte costituiscono una specie di monumento immortale alla follia dell’uomo, che tende a tutto sacrificare in nome di una millantatata affermazione sociale che a nulla vale se non sorretta da un cospicuo patrimonio.
“Aveva eletto la vecchia Roma a sua confidente, perchè in un mondo di rovine le rovine della sua felicità le sembravano una catastrofe meno innaturale. Riposava la sua stanchezza su cose che si erano andate sgretolando da secoli e che pure stavano tuttora in piedi”.
Sabina Marchesi