Come scegliete un libro quando lo comprate?
A cura di Sabina Marchesi
Pubblicato il 22/06/2005
Sembra quasi un film la vita della famiglia Bronte, protagonista di uno dei fenomeni letterari più straordinari che si conoscano. Un’intera generazione dedita all’arte e alla letteratura che ha partorito fenomeni letterari ed artistici di raro pregio, Anne, Charlotte, Jane e Branwell. Quattro fratelli, quattro celebrità.
Gli elementi da tregenda ci sono tutti: lo Yorkshire, scuro e tempestoso, la Brughiera rumoreggiante, cupe atmosfere, un vicariato, la madre morta giovanissima, una zia che funge da balia e da tutrice, un’educazione difficile, conventi e convitti, la tisi sempre in agguato, un cimitero, non manca davvero nessun ingrediente per quello che potrebbe essere un romanzo d’appendice vero e proprio.
Giovani esistenze pressate dall’imminenza di una morte preannunciata, moriranno tutti prima dei trentanni, si sono sfidate in un contesto educazionale quanto meno bizzarro. Grandi spazi aperti a disposizione, viaggi inconsueti per la loro epoca, una presenza paterna vigile ma non ossessiva, la sorveglianza della zia metodista ma dal grande cuore, le cure amorevoli di una Tata che li educa al folklore locale, narrando loro le antiche leggende di una terra desolata, tutto contribuisce a forgiare delle menti pronte, vivaci, scattanti, ostinate e indomite.
Fin da giovani i fratelli Bronte si sfidano in competizioni letterarie, verseggiano tra le pareti domestiche, immaginano personaggi di fantasia a cui affidano le loro pulsioni adolescenziali, sono vite brevi ma intense, di una tale valenza da far rimpiangere la loro fine prematura.
Se dovessimo scrivere un libro su questa famiglia, diremmo del presbiterio, costantemente esposto ai venti impetuosi dello Yorkshire, che era un luogo tetro e tenebroso, dove albergava il male del secolo, la tisi polmonare, che decimò l’intera famiglia nel giro di pochi anni, costruito in pietra arenaria, grigio, isolato, eretto su un’altura, al limitare della brughiera, vicino a un cimitero.
Diremmo della lunga lista di lutti che colpì questo nucleo familiare, le due sorelle maggiori, morte di consunzione in un convitto religioso, della madre venuta a mancare giovanissima, e poi degli stenti di un’esistenza dura e difficile, dell’atmosfera selvaggia e cupa, del clima ostile, delle notti gelide, delle bufere invernali interminabili, di un’educazione liberitaria e vastissima, di una cultura notevole per l’epoca, di una grande libertà di letture e di tanta solitudine.
Potremmo mai immaginare un contesto migliore per esasperare una già acutissima sensibilità, per portare alla luce le facoltà immaginifiche di una stirpe di origini irlandesi, per regalare alla letteratura delle pagine vibranti di fantasie ossessive, mondi immaginari, fremiti passionali e ribelli sentimenti, mai raccontati né prima né dopo con pari efficacia ed identico vigore?
Non bastarono certo le letture di Scott, Byron, Coleridge, Wordsworth, come non furono i giochi e le competizioni letterarie da soli a generare un talento così fuori dal comune, una simile libertà di spirito, una materia leggendaria.
Iniziato come un gioco dell’infanzia questo loro talento nel creare personaggi si rinnova negli anni dell’adolescenza, quando i fratelli Bronte, a coppie, Emily con Anne, e Charlotte con Branwell, si cimentano nelle prime rudimentali opere letterarie, creando dei veri e propri cicli narrativi con personaggi seriali e mondi paralleli.
Quella che conosciamo di più è Charlotte Bronte, la maggiore delle sorelle, quella vissuta più a lungo, quella che ha viaggiato di più, la più autoritaria, la più ribelle, l’autrice di Jane Eyre, dove ritroviamo molte delle esperienze del collegio, la morte dolorosa delle sorelle, la vita da istitutrice, i convitti religiosi dell’epoca dove le condizioni erano così insalubri da generare spesso morte e malattia.
Quella che conosciamo di meno è Anne, riconosciuta autrice di opere considerate minori, mentre le potentissime narrazioni gotiche di Jane Eyre di Charlotte, e di Cime Tempestose, di Emily, hanno varcato il confine degli oceani e dei secoli consacrati in capolavori letterari di imperitura memoria.
Sono opere che precorrono i tempi ed anticipano il romanzo di introspezione psicologica, andando oltre i garbati racconti dell’età vittoriana, tipici di Jane Austen, tanto per fare un esempio, con strutture narrative ardite, approfondimenti e caratterizzazione dei personaggi veramente sorprendenti per l’epoca, che ci regalano figure letterarie a tutto tondo, perfettamente tridimensionali, dotate di carattere, vigoria e pura passione.
Una passione che ci pare difficile le sorelle Bronte potessero conoscere, dato l’estremo isolamento e la povertà di occasioni mondane che hanno sempre caratterizzato la loro esistenza.
Quindi grande immedesimazione, fantasia, estro, capacità espressive, brillantissimi dialoghi, forti introspezioni, descrizioni didascaliche e vivissime di luoghi mai visitati, per delle scrittrici che, come Salgari, seppero trasformare la scienza in conoscenza, e riprodurre su carta l’essenza di luoghi e panorami di cui avevano solo letto o sentito dire.
E poi il brio, l’estro femminile, quel pizzico di civetteria che non guasta mai e che vivacizzano l’azione, e rasserenano di quando in quando le atmosfere cupe e goticheggianti del romanzo.
A ricordarci, se mai ce ne fosse bisogno, come ancora una volta non sia tanto l’affresco di una realtà in quanto tale ad essere suggestivo, quanto piuttosto la rappresentazione di una realtà così come crediamo che sia, che è in genere molto più convincente della realtà stessa.
E non è proprio questo in fondo il fascino eterno della narrazione?
Sabina Marchesi