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Classici

La macchia umana di Philip Roth

A cura di Sabina Marchesi

Pubblicato il 24/06/2005

L’essenza di questo romanzo, vigorosamente ridotto per il grande schermo grazie alle straordinarie interpretazioni di Nicole Kidman e Anthony Hopkins, è tutta sulle tracce, sui segni che lo scorrere del tempo lascia su di noi, sui tatuaggi che restano impressi sulla pelle, le ferite, le cicatrici, le macchie.

foto intervento

 

E come lo snodarsi delle vicende lascia dei segni sulla pelle degli uomini, allo stesso modo gli uomini, come lumache, lasciano delle scie lucenti del loro passaggio sulla vita degli altri.

Questa è la storia di un incontro, quasi impossibile, dell’unione di due destini, della fusione di due figure opposte, ma per certi versi complementari.

Faunia e Coleman, trenta anni di differenza li separano, e non sono pochi.

Ma sono entrambi dei falliti, degli esseri delusi dalla vita, traditi nelle aspettative, colpiti dalla miseria della condizione umana, caduti nel corso del cammino.

Vera protagonista dell’opera è la meschinità dell’essere umano, in particolare dell’uomo medio americano, il reale bersaglio degli strali dell’autore.

Fa da sfondo alla narrazione quella società americana piccolo borghese, tipica delle piccole cittadine di provincia, così soffocanti e ipocrite, che in nome di un falso e ostentato perbenismo spesso condannano all’ostracismo sociale individui completamente innocui, colpevoli soltanto di aver infranto una delle tanto misteriose “regole non scritte” dell’etica morale.

Coleman è il colto docente di umanistica, primo e ultimo preside ebreo della pacifica università di Athena, personaggio eloquente, raffinato uomo di lettere, composto e misurato.

Faunia è una semplice bidella, di aspetto anonimo, zitella, segaligna, quasi analfabeta, una vita difficile alle spalle, un padre che abusava di lei, un ex marito reduce del Vietnam, paranoico e violento.

Per entrambi lo scorrere tranquillo di una vita anonima in una pacifica cittadina della provincia americana.

Un giorno un evento drammatico viene a scuotere queste esistenze. Apparentemente insignificante, un banale episodio viene strumentalizzato per colpire Coleman, la società benpensante ne approfitta per scagliarsi su di lui in nome di un falso perbenismo.

Il gioco di parole, che non si coglie in italiano, e che è alla radice del romanzo, come episodio scatenante di una discriminazione repressa, di un ostracismo sociale che era già in essere e che attendeva solo l’accensione di una miccia, è reso volutamente grottesco dall’autore, che come pretesto sceglie, scientemente, un evento minimo, irrisorio, fortemente caricaturale.

Il colto docente, insegnante di una delle discipline più antiche, nella stessa aula in cui dottamente disquisiva di Elena di Troia e degli antichi greci, pronuncia incautamente la parola spook, nei confronti di alcuni studenti ingiustificatamente assenti.

È la fine.

Quello che lui aveva voluto dire era semplicemente qualcosa come “dove sono questi spook?”, nel senso di fantasmi, ma l’accezione doppia del termine Spook, che può significare anche in lingua originale, sporchi negri, lo espone allo scandalo, e alla scandalosa accusa di discriminazione razziale, lo spettro dell’America.

A nulla valgano le sue giustificazioni, le sue dotte spiegazioni etimologiche, la cittadina, benpensante e puritana, ha deciso, e ha già emesso un atto che è allo stesso tempo di incriminazione e di condanna, senza alcuna  possibilità di appello.

Proprio lui, che è ebreo, viene apertamente accusato di razzismo, ed espulso.

Coleman non riesce a salvare la sua carriera, allontanato dall’ateneo universitario, privato della docenza, è un uomo finito, moralmente distrutto, totalmente annullato.

Ma il suo disfacimento è ancora più profondo, perché da uomo dotto e illuminato qual’è  non è riuscito ad argomentare la sua difesa, non ha saputo convincere, non è stato in grado di usare né le armi dell’eloquenza né quelle del diritto, che pure conosce tanto bene, ed ecco che la tragedia, da persecuzione collettiva, dalla quale c’è difesa se non altro morale, si trasforma in fallimento personale, nei confronti del quale non c’è alibi alcuno.

Vinto, sconfitto e piegato, gli resterebbe una sola arma da usare, il suo segreto, ma essendo qualcosa che ha sempre tenuto nascosto a tutti, perfino alla moglie, non la può utilizzare, rimane la macchia sulla sua vita, rendendolo ancora più colpevole per averla taciuta anche ai suoi affetti più cari.

Tutte le ambiguità di una vita intera, tese a coprire quella macchia infamante,  si riversano su di lui in un meccanismo catartico, proprio ora che vorrebbe confidarsi con la moglie, rimuovere quel peso che gli grava sulla coscienza, confessare una macchia tanto a  lungo taciuta, ecco che non può, perché la sua fidata compagna non regge a tanta umiliazione, al dolore dell’ostracismo sociale, e lo lascia solo e disperato.

Una volta spogliato di tutte le sue certezze, del suo ruolo prestigioso, della sua plusvalenza culturale, Coleman è nudo, e come tale si presenta a Faunia, perché ora sono sullo stesso piano. È un poco il meccaniscmo psicologico adottato da Charlotte Bronte in Jane Eyre, quando la protagonista, umile istitutrice, accetta l’amore del suo pretendente solo quando questi perde in un incendio tutti i suoi beni, il suo prestigio, e la sua indipendenza diventando cieco, e quindi ponendosi sul suo stesso livello, in piena parità.

Ed ecco le parole di Faunia, che accoglie finalmente Coleman come un suo uguale.

   "Mi sta a sentire, non mi prende a bastonate in testa, non mi fa rimproveri. Non trama contro di me. Lo hanno spogliato e da me è venuto nudo. Il dolore sparisce con quest'uomo".

Dunque il dramma di quest’uomo, che per tutta la vita ha tentato di nascondere di avere sangue negro nelle vene, si scioglie in quest’ultimo abbraccio con un essere socialmente “inferiore”, un preside di università che, con trenta anni di differenza e un divario culturale invalicabile, si innamora perdutamente della più umile delle lavoranti, quasi analfabeta.

Ironia della sorte, e qui lo scrittore insiste particolarmente sulla mentalità piccolo borghese di un certo tipo di cittadine di provincia americane, proprio lui che aveva sempre temuto di essere discriminato per quella tacita macchia di colore che portava incisa sulla pelle, viene accusato di razzismo, e non ha nemmeno i modi né il tempo di usare quell’unica arma, quell’unica testimonianza che definitivamente poteva discolparlo.

O forse ormai nemmeno vuole usarla, profondamente deluso e amareggiato, preferisce rinchiudersi in se stesso, ed accettare il silenzioso sostegno, denso di comprensione e di rispetto, della sfortunata Faunia.

Ma la società benpensante, nella sua perversione, nemmeno ora, nel nome di una salvaguardia ossessiva di una “pretesa” moralità, è disposta a lasciarlo in pace. La relazione tra i due non passa inosservata in quella piccola cittadina di provincia. Il passato della donna, che ha avuto due figli uccisi nel corso di un incendio mentre lei era nelle braccia di un altro uomo, le sue carenze psichiche, l’analfabetismo, sembrerebbero fare di lei la candidata ideale per un malsano rapporto di plagio e di dominazione pscicologica.

Questo è quello che pensa la gente.

La fusione di due personaggi “disgraziati”, ciascuno reo a modo suo di aver attirato l’infausto destino attraverso le indelebili macchie della colpa, lui per aver a troppo a lungo taciuto sulle sue origini, lei perché al momento dell’incendio non era in grado di salvare i figli perché persa tra le braccia di un altro uomo, unione che avrebbe potuto liberarli e affrancarli in parte dalla loro miseria, viene dunque ancora una volta fortemente osteggiata dalla comunità onnipresente che tutto vede, giudica e condanna.

I due non saranno lasciati al loro destino, non sarò consentito loro di salvarsi, e saranno condannati, come in uno dei gironi dell’inferno, a vagare perdutamente portando stampato a vita sulla loro pelle il marchio dell’infamia.

   "Lasciamo una macchia, lasciamo una traccia, la nostra impronta; impurità, crudeltà, abuso, errore, escremento, seme, macchia che esiste prima del tempo.

Sabina Marchesi

  

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