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Rubrica di Scrittura

Io e Gli Editori

A cura di Sabina Marchesi

Pubblicato il 02/10/2005

Un altro percorso di un autore esordiente finalmente approdato alla pubblicazione dopo la solita inevitabile tempestosa navigazione tra i fortunali del difficile mare dell'editoria italiana.

foto intervento

Il mio percorso attraverso le case editrici è stata come una corsa ad ostacoli con finale contro un muro di gomma. Questa è la sensazione, la frustrante esperienza che si prova ogni qualvolta si manda il plico raccomandato e si attende una risposta. Il più delle volte tutto tace. L’attesa non solo è snervante ma fa ribollire il sangue. Possibile che nessuno sia in grado di inviare uno straccio di risposta? Un manoscritto verrà pure letto da qualcuno! Probabilmente, mi sono detto, la lettura non è tra le principali attività di una casa editrice. O smettono dopo le prime tre pagine, vergognandosi di dare poi un parere su così scarsa conoscenza, oppure i manoscritti che passano in fase di lettura sono accompagnati non solo dalla cartolina della raccomandata ma anche da una lettera dello stesso genere. Capisco la mole di carta che arriva nelle redazioni, ma la smettessero allora di incentivare l’invio di manoscritti. A me è sempre capitato così; non mando più un inedito a vuoto, cerco prima di contattare l’editore e di ricevere una risposta riguardo la possibilità del mio scritto di trovare spazio all’interno di una loro linea editoriale. Dicessero che non gli interessa, eviterei la spesa inutile del pacco (in tutti i sensi) anche perché laddove si apre uno spiraglio, poi, a mesi di distanza, sembrano farti un gran favore nel mandarti due righe, a seguito di innumerevoli solleciti, e per dirti cosa? che il tuo lavoro non è stato valutato al momento come omogeneo ad una delle loro collane… Sono d’accordo che una casa editrice non è un’agenzia letteraria, però una critica un po’ più dettagliata farebbe non solo felice un aspirante scrittore sulla strada della depressione, ma darebbe maggiore credibilità al loro servizio redazionale, di consulenza, di scouting. Non dovrei dirne così male, proprio io che nella mia breve esperienza ho avuto la fortuna (eh sì, spesso di questo si tratta!) di incrociare dapprima un premio letterario della Casa editrice Universo di Milano (era il lontano 1994) e poi L’impronta editrice di Trento. Nel primo caso ho vinto a sorpresa un terzo premio - che per un ventenne è una soddisfazione - e ho svenduto i diritti della mia storia “gotica”, forse un po’ grezza dal punto di vista stilistico ma abbastanza avvincente. Nel secondo caso ho avuto l’occasione di conoscere un gruppo di giovani, già alle prese con iniziative culturali di tutto rispetto (riedizione di testi “storici”, radicamento e scoperte “sul territorio”), e di sottoporre in lettura il mio romanzo “Fondali”. Un thriller, apparentemente lontano dalle loro scelte editoriali, che però li ha convinti a dedicare un’intera collana al genere. Le occasioni vanno cercate senza desistere un attimo, mettendo in moto tutte le proprie risorse, scavando nel web alla ricerca di notizie che possano interessaci, senza darsi mai per vinti. E’ banale dirlo, ma se si è convinti della bontà del proprio scritto, è necessario insistere, soprattutto tra i piccoli editori. Il problema è: come fare a convincersi della bontà del proprio scritto? D’accordo, la valutazione spesso è soggettiva, ma ci dovrà pur essere un minimo criterio di oggettività per capire se il testo vale davvero qualcosa? Per quanto riguarda la mia esperienza, posso dire che un contributo importante in questo senso me lo hanno dato le agenzie letterarie. Il servizio di lettura spesso è gratuito, ma anche qui bisogna essere “scafati” per individuare dove si nascondono i tranelli. Un editing a pagamento non si nega a nessuno, nemmeno un Alessandro Manzoni passerebbe indenne, perciò bisogna stare attenti. Pur non essendo particolarmente esperto del settore, direi di diffidare da chi propone la pubblicazione a pagamento, io perlomeno non ho accettato le numerose – anche accattivanti – occasioni che mi sono state sottoposte. Diverso è il caso di acquistare un certo numero di copie dall’editore e rivenderle agli amici. Dipende sempre dal rapporto che si crea con l’editore, se il rischio viene condiviso, se c’è la volontà di vendere e non solo di fare profitti sul narcisismo dell’autore, in quel caso penso che un compromesso sia possibile. Il problema fondamentale è che la gente legge poco, gli editori sono numerosissimi (e spesso rispondono a regole assolutamente personali) e gli scrittori non si contano più. Se a seguito della pubblicazione non ci si fa in quattro anche per creare le occasioni di promozione, con molta probabilità l’ambita meta di vedere il proprio nome in copertina, una volta raggiunta, può rivelarsi altrettanto frustrante.

 

Stefano Scarpa

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