Come scegliete un libro quando lo comprate?
A cura di Sabina Marchesi
Pubblicato il 08/10/2005
A cura di Francesco Cinque.16 giugno 1816, villa Diodati sul lago di Ginevra, sera: il mondo (per lo meno quella della letteratura dell’orrore) sta per cambiare.
Da alcuni giorni è brutto tempo. Non si possono fare le scampagnate all’aria aperta che piacciono alla compagnia riunita in una delle sale della villa. Ci vuole qualcosa per ammazzare la noia. “Ho trovato”, dice a un tratto il più inclito dei presenti. “Organizziamo una gara. Ciascuno di noi scriverà una storia dell’orrore a sua scelta. Roba da far gelare il sangue nelle vene e salire il cuore in gola. Ci ritroveremo qui quando abbiamo finito e decideremo chi è il vincitore.”
La proposta è subito accettata dal resto della compagnia che si lascia andare a un chiacchiericcio eccitato in cui si rincorrono spunti di storie a base di morti decapitati o fantasmi, dame infedeli dannate all’inferno o morti non morti che si cibano dell’essenza vitale degli uomini.
L’uomo che ha parlato per primo, Lord George Gordon Byron, vate osannato e odiato in uguale misura in varie parti d’Europa, guarda con sufficienza i suoi interlocutori. Ha lanciato l’idea di una gara, ma non ci può essere dubbio alcuno su chi la vincerà. Diavolo, pensa il prototipo dell’eroe romantico, Claire Clairmont, la sua ex amante, ha il cervello poco più sviluppato di una gallina e poi alla fin fine non è altro che una “femmina”, è fuori gioco ancora prima di entrarvi. L’altra donna, Mary, destinata a diventare la signora Shelley, è senz’altro più acuta, non per niente è figlia di un filosofo radicale e di una scrittrice femminista, ma è soltanto una ragazzina viziata che probabilmente non desidera altro che sprofondare in trine e merletti per il resto della vita.
Vediamo, poi c’è il suo medico personale, John William Polidori. Sì, il grande Lord arriva ad ammettere che di tanto in tanto Polidori ha qualche idea passabile, e che forse quel poveruomo si illude di essere quasi suo pari solo perché per la maggior parte del tempo non lo tratta da lacchè qual è… Ma andiamo, pensare che quell’individuo curioso possa vincere una gara, su una storia dell’orrore o su altro, quando deve competere con gente di ben altra levatura intellettuale è pura follia!
Infine viene l’unico che gli dà qualche preoccupazione, Percy Bisshe Shelley, l’ultimo dei suoi compagni di quella bigia sera d’estate. Percy è un poeta come lui e anche bravo. Vanta una gloriosa espulsione da Oxford a causa di un opuscolo a favore dell’ateismo, e con il poemetto Regina Mab si è rivelato l’irriverente anarchico che lo stesso Lord Byron spesso cerca di apparire. Va bene, ammettiamolo, Shelley gli darà qualche fastidio, ma la vittoria nella gara dell’orrore non sarebbe sfuggita al solo degno di conseguirla.
Quella sera di giugno del 1816, Byron non può sapere che le sue considerazioni non potrebbero essere più sbagliate. La gara sulla migliore storia di terrore la vincerà nettamente la piccola e (in apparenza) insignificante Mary Wollstonecraft (tra poco Shelley), la sola che porterà a termine testarda e determinata il suo progetto (tra l’altro l’ultimo a essere partorito dalle menti dei competitori), creando uno dei romanzi in assoluto più ammirati e conosciuti del mondo, non solo nell’ambito della letteratura di genere, Frankenstein ovvero il Prometeo moderno. Un testo portato in scena centinaia di volte in tutto il mondo. Un’opera che indurrà a scrivere migliaia di recensioni quasi sempre osannanti, che varcherà la soglia del secolo e poi del millennio, trovando muova linfa nel nascente mondo del cinema, di cui sarebbe diventata una delle figure più rappresentative. Il pur ammirato Vate del Romanticismo non può sapere che prima o poi anche l’ultimo dei cattedratici si scorderà di lui, mentre il mondo non dimenticherà mai la creatura nata dalla materia morta ideata dalla fanciulla un tantino in carne che quella sera d’estate ascolta in disparte le supponenti chiacchiere dei poeti maledetti monopolizzatori della conversazione.
“Mary”, dice Byron a un tratto. “Non ve ne state in silenzio. Partecipate anche voi alla conversazione.”
“Ecco, George, mi sento troppo inferiore a voi e a Percy. Di certo la cosa migliore che posso fare è sperare di carpire un briciolo del vostro genio ascoltandovi parlare.”
“Ah, siete troppo dura con voi stessa”, ribatte il Lord anche se pensa che non ha mai sentito parole più vere di quelle. “Che cosa ne dite, John?”
Polidori si limita ad alzare le spalle perché non vuole fare da bersaglio a qualcuna delle frecciate che di tanto in tanto gli indirizza il suo signore protettore nonché paziente.
Dall’alto della sua presunzione, Byron ignora pure che anche il giovane medico, che lui un giorno tratta da lacchè e quello dopo da viceamico, creerà qualcosa di importante. Ossia un mostro dissoluto destinato a fare da impalcatura psicologica alla più importante figura in assoluto del mondo dell’orrore, al vampiro Dracula. Infatti Polidori dopo qualche giorno lascia perdere la storia con cui aveva pensato di partecipare alla gara letteraria (in verità piuttosto deboluccia), quella della dama punita con la testa ridotta a teschio per aver spiato dal buco della serratura. Ma la conversazione di quella notte straordinaria di prima estate deve essergli rimasta dentro. Qualche anno dopo, riprendendo una vecchia idea di Byron, dà alle stampe il lungo racconto Il Vampiro, in cui si codificano alcune delle caratteristiche tipiche di questa figura letteraria, ossia la nobiltà dei natali, la dissolutezza e il cinismo, l’eleganza nei modi e nella parlata, nonché altri connotati ripresi pari pari dalla figura di Byron (da cui il povero Polidori è stato nel frattempo malamente licenziato e umiliato e di cui è voglioso di vendicarsi).
«Guarda, Percy», dice Byron a Shelley alcune mattine dopo osservando il cielo terso che sovrasta quella incantevole parte di Svizzera intorno al lago di Ginevra, «è tornato il sole. Usciamo a fare una passeggiata.»
I due poeti hanno già scordato la gara in cui si sono impegnati. La piccola (di età se non di fisico), geniale e coriacea Mary e, in misura più ridotta, lo sfortunato dottor Polidori (sfortunato per avere a che fare con un uomo dal carattere impossibile come Byron) non lo hanno ancora fatto.
Francesco Cinque