Ma dietro questo fatto di cronaca spaventoso, che per giorni riempie le pagine dei giornali, c’è una storia ancora più dura, che vale la pena di conoscere.
Christine e Leà Papin nascono in un’oscura e disagiata famiglia di Angers nei primi anni del 1900. Hanno sei anni di differenza, Christine è del 1903 e sua sorella Leà del 1909, ma sembrano due gemelle, sono simili fisicamente e molto vicine affettivamente, legatissime, dipendono praticamente una dall’altra.
Il padre è un alcoolizzato cronico che abusa addirittura della sua terza figlia, Emilie, costretta a riparare in convento.
Dopo questo fatto i genitori delle ragazze divorziano, e la madre Clemence, in mancanza di altre risorse è costretta a ricoverare le figlie in un orfanotrofio.
Questa dura infanzia plasma il carattere delle ragazze Papin in maniera indelebile.
Christine cresce con un carattere ombroso, difficile, schiva e apparentemente sottomessa, sua sorella Leà dipende da lei emotivamente per ogni minima cosa, timida, scontrosa, completamente succube di sua sorella, pronta a seguirla anche in capo a mondo purché non le si domandi mai di decidere in proprio o di assumere iniziative.
Per Leà sua sorella Christine è uno scudo contro il mondo, sa di non avere le forze per affrontare la realtà, e cerca di rimediare vivendo praticamente nella sua ombra, perché in questo modo si sente sicura.
Così quando l’orfanotrofio finalmente riesce a piazzarle deve proporle entrambe perché Christine non accetterebbe mai di separarsi da Leà e Leà non potrebbe sopravvivere sola.
Vengono mandate dunque, assieme, a servizio presso la famiglia Lancelin, a Le Mans, nel 1926.
Hanno, rispettivamente, 23 e 17 anni.
In Rue Labruyère numero 6, la famiglia che ospita le due giovani come domestiche è composta da padre, madre e una figlia.
Il capofamiglia, Renè Lancelin, di professione avvocato, è un uomo pacato e schivo.
Rigido e stimato professionista, ma di animo pantofolaio, lascia che in casa i pantaloni li porti sua moglie.
Lui non vuole sapere nulla dell’organizzazione domestica, gli basta avere i suoi spazi e poter pretendere che le sue routine vengano rispettate.
Disposto a portare a casa i soldi, è pronto a delegare ogni cosa a sua moglie, a patto di non essere disturbato con banali quisquilie e irritanti seccature.
Madame Lancelin, ovviamente, non chiede di meglio.
Esigente e formalista, rigida e ossessiva, maniaca e perfezionista non è una padrona facile per le due cameriere, ancora giovani e inesperte, totalmente ignare della gestione domestica e del normale andamento di una casa, sembrano completamente inadeguate al compito loro affidato, eppure Madame Lancelin non le congeda, preferisce forgiarle, a modo suo.
E sono anni di rimproveri e minacce, dure reprimende, castighi, insulti e punizioni.
Geneviève Lancelin segue come un’ombra la madre, impara, assimila e replica. Dopo gli appunti di Madame ci sono gli ammonimenti di Geneviève, una reiterazione in tono minore delle amare reprimende materne, per le due ragazze Papin i tormenti sono amplificati, saranno anni infernali.
Niente di quel che fanno va mai bene, sono sciatte, svogliate, stupide e inadeguate.
Le due sorelle Papin, già provenienti da un infanzia difficile e dalla lunga permanenza in un orfanotrofio, non sanno a che santo votarsi, vorrebbero fuggire ma non hanno dove riparare, sono sole al mondo, non conoscono nessuno e non sono in grado di reagire, o di adattarsi, subiscono passivamente ma intanto immagazzinano odio e rancore.
Ogni giorno di più, per sette lunghi, lunghissimi, interminabili anni.
Uno stillicidio continuo capace alla fine di intaccare il loro già fragile equilibrio mentale.
Vivono nel terrore, basta un’occhiata, un rimprovero, una frase sibilata a mezza bocca per farle tremare, sono succubi e vittime di una padrona severa, ostile, incontentabile e della sua tirannica figlia.
Certo all’epoca si trattava di un cliché. La servitù era mal pagata, alloggiata in soffitta, scarsamente nutrita, ogni permesso, concessione o deroga veniva fatta pesare come un privilegio, non c’erano sindacati od opere pie a difendere le sorelle Papin.
E per contro forse Madame Lancelin ci godeva un po’ troppo a tenere quelle povere ragazze in suo potere, infierendo magari più del dovuto quando, anche troppo spesso, le coglieva impreparate o incompetenti.
Il tutto naturalmente aggravato dall’erede di famiglia, Geneviève, che scimmiottava a ogni piè sospinto la madre e infieriva, se possibile, oltre ogni limite umano consentito.
La tensione naturalmente era destinata a sfociare presto in una tragedia.
Un giorno mentre le domestiche sono sole in casa un vecchio ferro da stiro difettoso salta e manda l’impianto elettrico in corto circuito.
Leà, che stava stirando la camicetta preferita di Geneviève è completamente sconvolta, trema dalla paura, l’indumento è rovinato, non c’è rimedio possibile. Christine tenta di consolarla come può, ma in fondo al suo cuore sa bene che la punizione sarà terribile, che spiegazione potranno mai addurre a loro parziale giustificazione?
Eppure avevano segnalato tante volte che il ferro era difettoso, altri abiti erano rimasti danneggiati in passato durante la stiratura, ma la padrona aveva sempre inteso questi incidenti come incompetenza e incapacità, o misere scuse addotte per motivare i loro sbagli continui.
E a quell’epoca i rapporti tra la classe padronale e i servitori non erano molto idilliaci, la ragione stava sempre da una parte sola, da quella dei signori.
Mai nessuno avrebbe dato ascolto a una cameriera che pure aveva potuto subire un torto, tanto è vero che le ragazze della servitù che rimanevano incinte di mariti e rampolli troppo focosi delle famiglie che le ospitavano, venivano poi messe alla porta senza tanti complimenti, prive di referenze e di ogni possibile mezzo di sostentamento.
Erano tempi duri, in cui non ci si faceva molto scrupolo nel rispetto dei diritti umani, soprattutto nei confronti dei sottoposti e dei ceti inferiori, e questo Christine, per quanto vissuta isolata, lo sapeva assai bene.
Così le due ragazze lasciano tutto com’è e si rifugiano nell’unico posto dove si sentono al sicuro, nella misera soffitta dotata di un minuscolo abbaino dove abitano, si spogliano, si mettono a letto, assieme, ed aspettano avvinte il ritorno della loro padrona, non sanno ancora cosa potrebbe loro accadere, ma sono terrorizzate.
Sono ore di tensione in cui con i sensi allertati e i nervi tesi allo spasimo rimangono in attesa dell’inevitabile, non sapremo mai cosa matura nella loro mente in quel momento, ma possiamo figurarcele perfettamente mentre attendono nel buio, ascoltando ogni rumore, ogni scricchiolio, cercando di farsi coraggio reciprocamente con struggenti carezze e sussurri sottili.
Presto le donne della famiglia rincasano, trovano la casa al buio, odore di bruciato, la camicetta rovinata, naturalmente corrono al piano superiore lungo la scala traballante e già stanno urlando rimproveri, entrambe, una a voce più alta dell’altra, in un crescendo ossessivo.
Ma il peggio avviene quando Christine e Leà si affacciano alla porta della soffitta scarmigliate e discinte.
È uno scandalo. Due ragazze sole, seminude, a letto, di giorno, assieme. Non possiamo nemmeno immaginare cosa le due Lancelin possano aver detto alle ragazze inermi e indifese. Minacce, insulti, aggressioni verbali.
Eppure sarebbero ancora salve se in extremis, già nel corso della discesa, Madame Lancelin non avesse cambiato idea e non fosse risalita fino a mezza scala, per reiterare ancora un’ultima reprimenda. Magari le aveva già licenziate, forse le aveva già minacciate di lasciarle in mezzo a una strada. Ma non le basta. Deve infierire ancora, è quasi più forte di lei.
Quest’ultimo gesto le costerà la vita, e anche a sua figlia Geneviève.
Se solo le Lancelin avessero visto quella scintilla di furore negli occhi di Christine, se avessero compreso di essersi spinte oltre il limite, se solo si fossero fermate, appena un attimo, a considerare quelle due ragazze per quello che erano, due esseri umani, due fanciulle sole, fragili e spaventate.
Ma la storia doveva andare diversamente.
In Christine, che aveva sopportato per tanto tempo, scatta una molla fatale. Quell’ultimo gesto di Madame Lancelin le fa perdere definitivamente il sottilissimo filo che ormai la legava alla realtà.
Quando si avventa su di lei è come una furia, con la sola forza dei pollici, a mani nude, le cava entrambi gli occhi dalle orbite e mentre Madame Lancelin si accascia sui gradini, Leà, come in trance, ripete gli stessi gesti che ha visto fare a Christine sulla giovane Lancelin, che è rimasta attonita e non ha nemmeno il tempo di reagire.
Le finiscono a colpi di martello, infieriscono sui loro cadaveri con oggetti contundenti di vario genere, con un sotto vaso di bronzo, con un coltello, con tutto quello che capita loro tra le mani.
Non sarà mai chiaro se fu atto premeditato o un raptus improvviso di follia, anche se il pubblico ministero si chiederà come mai un martello e un coltello fossero così tanto opportunamente a portata di mano.
Ma la cosa non ha poi molta importanza perché l’opinione pubblica, anche prima del processo, è già tutta contro di loro.
Dopo gli omicidi le ragazze sono tornate a letto, nude, hanno lasciato le camicie da notte insanguinate sulle scale, è questa la scena che trova l’Avvocato Lanceline, il padrone di casa, quando la sera fa ritorno.
Quella è la scena che vedranno gli inquirenti, i magistrati, gli investigatori e i poliziotti, quella è la scena che tutti rivivranno attraverso i giornali.
La mano del servo che si leva contro il padrone, una cosa inaudita, aggiunta a tanta ferocia nell’esecuzione del crimine, questa fatalità costa alle Sorelle Papin una condanna piena.
Anzi, la pubblica opinione, a gran voce, vorrebbe vedere applicata la pena di morte, per entrambe, ma i giudici sono magnanimi, non vogliono utilizzare uno strumento così antiquato in un’epoca tanto moralmente avanzata.
In Francia non viene emessa una sentenza di morte dal 1887, e ora nel 1933, quando inizia il processo, nessuno se la sente di ripristinare un uso ormai decaduto.
Così la pena di morte, abolita poi da Mitterand nel 1982, viene loro risparmiata e le due sorelle sono condannate alla sola pena detentiva.
Christine, nominalmente condannata a morte e poi subito graziata, riceve un commutazione della pena capitale convertita ai lavori forzati a vita, Leà, che per tutto il processo è rimasta catatonica, senza alcun tipo di reazione, seguendo sempre le affermazioni e le gestualità della sorella come un automa, è condannata a soli dieci anni.
Christine, che era sempre stata la più forte, soccombe presto, la mente ormai fortemente provata, inizia a dare in escandescenze, pretende di avere la compagnia della sorella, tenta di strapparsi gli occhi con le unghie, alla fine si lascia morire di fame.
Leà sconta la sua pena senza obiezioni, non reagisce, si potrebbe dire che non dà praticamente segni di vita, sta dove le dicono di stare, fa quel che le dicono di fare, in questo modo, passivamente, sopravvive, e al termine della condanna torna a vivere presso la madre e a fare la domestica.
Sulle sorelle Papin sono stati versati fiumi d’inchiostro, scritti valanghe di libri, stesi dozzine di trattati psicologici, realizzati film, radiodrammi e commedie.
Di loro si è detto tutto e il contrario di tutto, sono state fatte passare per lesbiche, omosessuali, deviate, amorali, si è tentato di classificare il loro caso come un simbolo della lotta di classe, si è parlato delle umili cameriere angariate e pressate dal padrone che alla fine, insensatamente si ribellano.
La verità è che erano due ragazze sfortunate, sole, in balia di un mondo le cui regole non capivano e che non erano in grado di accettare, scagliate in una realtà che non sapevano e non potevano gestire, completamente inadatte alla sopravvivenza, destinate a soccombere presto in balia di eventi troppo più grandi di loro.
Avrebbero dovuto chinare il capo, arrendersi, rinunciare, invece, inaspettatamente, contro ogni legge della selezione naturale, due creature votate all’estinzione e alla morte, sono sopravvissute, disperatamente, aggrappandosi con le unghie e con i denti alla loro unica possibilità di salvezza, la ribellione estrema, e per far questo sono passate alla storia come Christine e Leà Papin, le Sorelle Assassine.
Sabina Marchesi

Sabina Marchesi









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