Come scegliete un libro quando lo comprate?
A cura di Sabina Marchesi
Pubblicato il 10/02/2006
Una sottile linea di confine tra follia e razionalità. A cura di Alice Scolamacchia.
“Per il più folle e insieme più semplice racconto che mi accingo a scrivere, non mi aspetto né sollecito credito alcuno. Sarei matto ad aspettarmelo in un caso in cui i miei stessi sensi respingono quanto hanno direttamente sperimentato. Matto non sono e certamente non sto sognando, ma domani morirò e oggi voglio liberarmi l'anima.”
Quando si parla di racconti dell’incubo, è impossibile non pensare ad Edgar Allan Poe, sicuramente l’autore più famoso e conosciuto da tutti coloro che amano la letteratura dell’orrore e del mistero. La sua forza sta nel fatto che nei suoi scritti l'elemento d'orrore è sublimato, non ha niente a che vedere con le narrazioni di pura macelleria tipiche del romanzo del terrore "moderno"; la narrazione cammina in equilibrio sulla sottile linea di confine tra follia e razionalità, in un mondo in cui i parametri consueti della logica vengono sconvolti. Quello che rende, inoltre, più spaventoso, e quindi ancora più attraente, l'orrore nelle sue novelle, è che esso si mescola alla quotidianità.
Esempio lampante dell’abilità narrativa di Poe e del suo tocco personalissimo e magistrale, è sicuramente il racconto “Il gatto nero”. Che faccia riferimento oppure no ad un vero gatto, dunque, un titolo come questo rimanda ad un immaginario molto potente, fatto di superstizioni, orrori ed avvenimenti che stanno fuori dell’ordinario. Il narratore è interno alla vicenda e parla in prima persona, è il personaggio principale della novella, l’io narrante e comincia descrivendo gli avvenimenti che gli sono capitati in maniera quasi farneticante, ossessiva, continuando a porre l’accento sul fatto che lui non è pazzo. La pazzia, infatti, è qui un tema fondamentale, denunciato esplicitamente dal testo: non soltanto la storia è “demenziale”, ma lo stesso narratore, seppur negandola, fa continuamente riferimento ad essa (“Pazzo sarei...”, “non sono pazzo”). Del resto, si contraddice lui stesso quando afferma di non essere pazzo ma di avere un intelletto “eccitabile”, di non stare per nulla sognando ma d’essere preda di “fantasmi”.
Queste contraddizioni, insieme all'insistenza con la quale ripete di non essere pazzo, o alla violenza con la quale asserisce che “certissimamente, non [sta] sognando”, non fa che accentuare un'idea contraria nel lettore. Il tema della domesticità si pone agli antipodi rispetto a quello della pazzia, accentuando l'importanza di quest'ultimo. Così, se la storia è demenziale, essa è anche domestica; se il narratore è preda di fantasmi, per altri si può trattare invece di semplici luoghi comuni; se la vicenda è respinta dagli stessi sensi del narratore, perché incredibile o incomprensibile, forse per altri non sarà che “un'ordinaria successione di cause ed effetti naturalissimi”.
Accanto a questi elementi essenziale è quello della suspance: estremamente moderna, ma al contempo antichissima, la suspance si lega al tema dell'orrore e della pazzia. E’, dunque, soprattutto la tecnica del gioco narrativo a crearla: il narratore pone subito il lettore dinanzi all'incomprensibilità di certi fatti, che oltretutto sono anche orribili e spaventosi, ma senza anticipare nulla sul succo del racconto, stimolando così una forte aspettativa nel lettore. Se vuole sapere di cosa si tratta, questi dovrà aspettare che la mente eccitabile e terrorizzata del narratore si decida finalmente ad entrare in argomento.
Trovare due temi come quello della pazzia e quello della domesticità presenti contemporaneamente in questo racconto, legati intimamente da un rapporto di opposizione e complementarità, dà al testo di Poe un carattere tutto particolare. Se è vero che, spesso, bisogna che un personaggio si trovi in uno scenario adeguatamente spaventoso affinché gli succeda qualcosa di "diverso" (un cimitero, una grotta, un castello), qui ci troviamo di fronte a un caso in cui lo spaventoso nasce direttamente da «una serie di puri eventi familiari» e dal «luogo comune». E questo fa ancora più paura!
Alice Scolamacchia