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Misteri e Delitti

ELISABETH SHORT, SBATTI LA VITTIMA IN PRIMA PAGINA

A cura di Sabina Marchesi

Pubblicato il 19/09/2006

“Non l’ho mai conosciuta da viva. Lei, per me, esiste solo attraverso gli altri, nell’evidenza delle loro reazioni alla sua morte.”

foto intervento

 

 

“La metà inferiore giaceva a gambe divaricate qualche metro più in là del torso” scrive Ellroy. “Sulla coscia sinistra era stato inciso un grosso triangolo e un orribile taglio si allungava dal bordo sezionato fino a raggiungere il pelo pubico. I lembi di pelle erano stati tirati all’indietro e si poteva vedere come gli organi interni fossero stati asportati.”

 

“Automobili, poliziotti, cronisti e ficcanaso si addensarono tra la Trentanovesima e la Norton per tutta l’ora successiva. Il cadavere fu ricomposto su due barelle e coperto. Uno della Scientifica si infilò all’interno dell’autolettiga per prendere le impronte digitali, poi la portiera fu richiusa e il furgone prese la via dell’obitorio.”

 

Comincia così il viaggio avventuroso di James Ellroy attraverso uno dei casi di cronaca giudiziaria più sconvolgenti di tutti i tempi, a tutt’oggi ancora irrisolti. Lo spunto offre ad Ellroy l’occasione di indagare a fondo nel mistero, ma non solo nel mistero di una morte orribile e senza spiegazione alcuna, ma anche nel mistero insondabile dell’animo umano, puntando il riflettore soprattutto sugli influssi che un simile fatto di cronaca può produrre nella mente di chi, volente o nolente, si trova ad assistervi come uno spettatore passivo e  impotente.

 

Con questa operazione letteraria, che fu il suo primo romanzo di grande successo, Ellroy ricostruisce fedelmente un caso di cronaca ma anche un’atmosfera, regalandoci soffuse suggestioni noir che da questo momento in poi diventeranno una vera e propria costante nel suo modo di narrare, la sua firma letteraria.

 

Sconvolto in giovanissima età dalla morte violenta della madre, il cui assassino non fu mai identificato, con questo romanzo Ellroy pone la prima di una serie di pedine che tutte lo porteranno a indagare profondamente in un mondo di crimine e di violenza, in un universo dove la giustizia, e forse nemmeno il rispetto, sembrano difficilmente albergare.

 

L’indifferenza totale nei confronti della vittima, da parte della stampa, dei poliziotti, perfino della magistratura, i suoi segreti, il suo nome, la sua stessa vita gettata in pasto al pubblico dalle pagine dei giornali, ogni minimo dettaglio strumentalizzato in una specie di processo a porte aperte che nel vano tentativo di rivendicarne la morte intanto, con spietata certezza, contribuiscono a infangarne sia il nome che la sua stessa, breve, esistenza.

 

Ormai siamo abituati a tutto questo, certo, al punto che sembra quasi normale. Ma la vittima che si trasforma in indagato non è un procedimento giustificabile, anzi, tutt’altro, c’è qualcosa di mostruoso, di distorto, in tutto questo. Ogni volta che si scava alla ricerca della verità nel passato di qualcuno occorrerebbe ricordarsi che, ancora prima di morire, quella persona è comunque esistita come essere umano e che, come tutti noi, avrebbe diritto alla salvaguarda della privacy, al diritto alla riservatezza, e alla tutela dei suoi interessi, soprattutto ora che non può difendersi.

 

Invece ogni delitto irrisolto, soprattutto se scabroso o violento, inevitabilmente si ripercuote contro la stessa vittima, indagando nella sua vita se ne infanga il nome, le foto della sua prima comunione, del suo matrimonio, degli attimi felici della sua esistenza privata finiscono in prima pagina, ogni attimo di indecisione di incertezza, di confusione viene amplificato, gli errori commessi diventano strumenti con cui infangare la reputazione e la memoria di chi, tanto ingiustamente, è morto.

 

Ellroy, naturalmente, aveva il suo motivo personale nel tentare un percorso di ricostruzione tanto accurato alla ricerca della verità, e il suo romanzo ha i toni inequivocabili di un silente omaggio alla memoria della vittima. Ogni opera letteraria poi, del resto, ha sempre il merito di porre e sollevare degli interrogativi importanti, scavando forse non si porta alla luce la verità, ma si contribuisce a sollevare dei dubbi, si costringe il lettore a scavare anche dentro di sé, e questo da sempre è un contributo formativo importante.

 

Ma attenzione, siamo sicuri che accada la stessa cosa, invece, quando corriamo avidamente a leggere gli scabrosi particolari del delitto di turno, sui trafiletti del giornale? O c’è in noi un filo di voyeurismo, di perverso gusto per quanto di macabro e di scabroso possa esserci nella sua vita, e non tanto nella sua morte, in questo nostro voler indagare nel passato di una vittima oltre il limite morale del consentito?


Sabina Marchesi

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