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Maestri del Giallo

LA DALIA NERA di James Ellroy

A cura di Sabina Marchesi

Pubblicato il 19/09/2006

James Ellroy scrive con la stessa eleganza di Raymond Chandler, ma senza il suo umorismo, detto questo è detto tutto. Per Ellroy la realtà è troppo pesante per poterci scherzare sopra, lui preferisce indagare negli oscuri meandri della mente umana con spietato realismo ma con enorme umanità.

foto intervento

 

Non a caso la Dalia Nera, del 1987, non è tanto la storia di un caso di cronaca, tra l’altro ispirato a un fatto realmente avvenuto, quanto piuttosto il racconto di un’amicizia tra due uomini che lavorano fianco a fianco come fratelli, amici solidali e vicini, sia in orario d’ufficio che nella vita privata.

 

Dwight e Lee sono due ex pugili, sono cresciuti assieme, hanno vissuto entrambi le stesse esperienze, insieme indagano su un terribile omicidio che sconvolgerà le loro vite. Con loro l’inevitabile terzo lato del triangolo, Kay, compagna di Lee ma legata da profonda amicizia anche con Dwight.

 

Considerato uno degli scrittori cult del noir americano, James Ellroy ha ambientato la Dalia Nera nella Los Angeles degli anni ’40, questo romanzo che è considerato uno dei suoi capolavori assoluti contiene, magistralmente fusi, tutti gli ingredienti più classici del genere.

 

Il protagonista Dwight è un poliziotto con un passato da ex pugile, il suo socio, compagno ed amico, Lee, occasionalmente lo aiuta nelle fasi dell’indagine potremmo dire meno pulite, tentando nel contempo di celare qualcosa di misterioso nel suo passato, la femme fatale, immancabile, parteggia alternativamente per uno o per l’altro dei due eroi, con uno è fidanzata con l’altro è legata da stretta ed affettuosa amicizia, Los Angeles, la tanto decantata città degli angeli, viene mostrata come un luogo buio, pericoloso ed oscuro, satura di violenza e densa di contrasti, divisa tra gli splendori dei quartieri bene e il degrado delle bidonville.

 

C’è l’immancabile corruzione delle forze dell’ordine, il mondo rutilante della malavita, le luci accecanti delle illusioni di celluloide, donne leggere o dissolute che gravitano attorno a un microcosmo al limite estremo dell’illegalità, amori sopiti che non riescono a esprimersi, loschi segreti e sofferenze umane.

 

Il passato e il presente si fondono in un ritmo continuo, si sovrappongono e si sfalsano su diversi piani temporali in un romanzo che riprende un fatto di cronaca realmente accaduto e lo dipana lentamente, sviscerandolo nel profondo, ma soffermandosi soprattutto sull’impatto emotivo che un crimine tanto efferato può produrre su chi è costretto ad assistervi.

 

La solitudine senza via di scampo di una vittima mai vendicata si scontra, o meglio si incontra, con l’assoluta solitudine dei testimoni, muti e impotenti, che indagano sulla sua vita.

 

Verso l’ora di chiusura dei bar cominciavo a sentirmi proprio come un Keystone Kop. La mia sciatteria superava ogni limite. Avevo la barba lunga, gli abiti sudici, i modi febbrili. Quando le bevute a scrocco e le chiacchiere degli ubriachi cominciarono a darmi sui nervi, decisi di abbandonare il campo. Guidai fino a un parcheggio deserto, sistemai l’auto e mi ci addormentai dentro.”

 

E’ chiaro, fin dall’inizio, che la vera storia è quella del rapporto tra Dwight e Lee, la tragedia della Dalia Nera è solo l’elemento scatenante e catalizzatore di un dramma sotterraneo e preesistente.

 

Con una partenza discorsiva, la scrittura di Ellroy si fa via via più ritmata e incisiva, man mano che la storia pesca nel torbido e l’autore indaga nel profondo della mente dei personaggi, crescendo in un parossismo continuo fino al rush finale, dove la spiegazione fornita offre comunque una soluzione possibile per un mistero, a tutti gli effetti, ancora irrisolto.

 

Non l’ho mai conosciuta da viva. Lei, per me, esiste solo attraverso gli altri, nell’evidenza delle loro reazioni alla sua morte.

 

Basato sul caso reale dell’omicidio irrisolto di Elizabeth Short, avvenuto a Los Angeles nel 1946, questo romanzo è al tempo stesso un omaggio alla memoria della madre di Ellroy, Geneva Hilliker Hellroy, uccisa anch’essa senza che le circostanze della sua morte vengano mai chiarite. In seguito lo scrittore le dedicherà un’ulteriore approfondimento, ancora più spiccatamente autobiografico, con “I Miei luoghi oscuri” del 1996.

 

Ellroy ripercorre passo passo le condizioni del ritrovamento del corpo, orribilmente sezionato, rinvenuto in un sobborgo di Los Angeles, indugiando sui raccapriccianti particolari medico legali: “La metà inferiore giaceva a gambe divaricate qualche metro più in là del torso. Sulla coscia sinistra era stato inciso un grosso triangolo e un orribile taglio si allungava dal bordo sezionato fino a raggiungere il pelo pubico. I lembi di pelle erano st

ati tirati all’indietro e si poteva vedere come gli organi interni fossero stati asportati.”

 

Man mano che l’orrore della scoperta si concretizza, il ritmo della prosa si fa incalzante, ma sotto a tutto si legge, a chiare lettere e tra le righe, un senso di muta solidarietà con la vittima, ormai, per tutti, ridotta a un semplice corpo, un oggetto senza vita da interrogare alla ricerca della verità.

 

Automobili, poliziotti, cronisti e ficcanaso si addensarono tra la Trentanovesima e la Norton per tutta l’ora successiva. Il cadavere fu ricomposto su due barelle e coperto. Uno della Scientifica si infilò all’interno dell’autolettiga per prendere le impronte digitali, poi la portiera fu richiusa e il furgone prese la via dell’obitorio.”

 

Nel 2006 al caso della Dalia Nera viene dedicato una pellicola cinematografica, a firma di Brian De Palma, le parole di presentazione di Ellroy, dedicate al film, indicano chiaramente il tema dominante di tutto il suo romanzo: il terribile senso di perdita e la tremenda nostalgia per una vita inutilmente spezzata.

 

Baby, chi eri? Come saresti cresciuta e chi avresti amato?

 

Sabina Marchesi

 

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