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Recensioni

Jim Shepard - PROJECT X

A cura di Sabina Marchesi

Pubblicato il 07/09/2007

Non e’ soltanto per la libera circolazione delle armi: come Michael Moore insegna, la proporzione armi-abitanti di USA e Canada e’ estremamente simile, il numero annuo di cittadini massacrati per arma da fuoco ben distante. La recensioen di Lankelot a firma di Gianfranco Franchi

foto intervento

Meridiano zero - 12,50 Euro - tr. F. Alba (distr. PDE)

 

Non e’ nemmeno per via dei contrasti di una societa’ multietnica, Inghilterra e Canada dimostrano il contrario; ne’ per l’esposizione catodica quotidiana a violenze e omicidi, perche’ allora in ogni nazione occidentale dovrebbero ripetersi fenomeni analoghi con simile periodicita’. Non e’ una questione di benessere, perche’ gli assassini sono giovani piccolo o medio borghesi; ne’ una questione domestica, perche’ spesso vivono nella classica famigliola americana. E’ forse una questione etnica, perche’ tendenzialmente sono bianchi, wasp. E’ forse una questione di anomia: Durkheim conio’ il termine scrivendo il magistrale “Sociologia del suicidio” nel 1897. Rinfresco la memoria con qualche frammento: viatico a spiegarvi perche’ credo che il dramma degli School shooting sia, se non il primo, il piu’ chiaro atto della corrosione interna degli Stati Uniti d’America.
 
Il suicidio anomico e’ il rovescio della medaglia del suicidio egoistico.
 
Non dipende da come gli individui entrano a far parte di una societa’: ma da come ne sono sottomessi. Dipende dal disordine della nostra societa’: non dalle crisi economiche o dalle fasi di recessione, ma – piu’ in generale – dalle fasi di trasformazione e di frantumazione dell’equilibrio sociale. Da tutto quel che turba l’ordine collettivo. In sintesi: “il suicidio egoistico deriva dal fatto che gli uomini non trovano piu’ una ragion d’essere nella vita; il suicidio altruistico, dal fatto che questa ragione gli sembra al di fuori della stessa vita; il suicidio anomico, dal fatto che la loro attivita’ non e’ piu’ regolata, e ne soffrono” (p. 315).
 
Io credo che gli School shooting statunitensi corrispondano all’intuizione di Durkheim, e che ne costituiscano al limite una sordida evoluzione: “ogni societa’, in ciascun momento della sua storia, ha una determinata tendenza al suicidio”. Le ragioni per cui questi assassini, di norma suicidi, trascinino con se’ il maggior numero di persone possibili sono diverse; penso a un’autodistruzione concepita come nazionale, globale; a un ultimo, disperato tentativo di affermazione della negata identita’, pure nell’infamia, considerando quanto spesso le biografie degli omicidi-suicidi rivelino nulla o mediocre integrazione nel tessuto scolastico, e non episodici fenomeni di bullismo alle spalle; penso alle micidiali nuove armi a disposizione, e in America facilmente reperibili da chiunque, a prezzo d’occasione.
 
E’ evidente che, trattandosi di un fenomeno sino ad ora circoscritto a diverse aree suburbane o comunque periferiche degli States, ci sia da tenere presente un ruolo-chiave del fattore anomia: ecco una lontananza incolmabile dalle luci, dalla dorata plastica e dal tenore di vita delle grandi, irraggiungibili e vagheggiate metropoli; o forse una percezione miserabile del proprio presente e della consapevolezza d’un esecrabile futuro, in quei piccoli e polverosi ghetti periferici; magari anche una distanza micidiale dalla depressiva propaganda politica statunitense; certo un rifiuto sdegnato di quel sistema, di quella societa’ e – non posso escluderlo – della sua ormai secolare politica estera, omicida a livello planetario. Un popolo che, negli ultimi sessant’anni, ha sulla coscienza i barbari massacri e le distruzioni di Dresda, Zara, Hiroshima, Nagasaki, Falluja non puo’ non essere infestato dagli spettri. 
 
Il fenomeno dei massacri nelle scuole esprime, infine e molto chiaramente, odio nei confronti dell’istituzione scolastica americana: luogo delle stragi e della caotica (altra simbologia interessante) scelta delle vittime, docenti, impiegati o studenti che siano, sono aule e corridoi dove frustrazione, disperazione e risentimento dei non integrati si sono cristallizzati, negli anni, soffocandoli. Chiaro e logico che in una nazione dal grilletto facile certe pubbliche (auto)esecuzioni potrebbero avvenire in diversi e piu’ popolosi contesti. Curiosamente, i giovani americani distruggono e si autodistruggono proprio in quelle scuole propagandate come splendido esempio di educazione completa, intellettuale e sportiva, con tanto di ambulatori, laboratori, mense e attivita’ extracurricolari di ogni ordine e grado. Immagino significhi qualcosa: un numero superiore di morti, in contesti egualmente ritenuti sicuri e pacifici, avrebbe diversa risonanza mediatica. Sospendo queste riflessioni perche’ a questo punto siamo pronti a parlare del romanzo di Jim Shepard: in seguito, dedichero’ una finestrella ai massmediologi apocalittici, che non possono non essere chiamati in causa, per via delle loro stravaganti supposizioni.
 
“Project X”, sesto romanzo del letterato americano Jim Shepard, classe 1956, riesce laddove aveva fallito “Elephant” di Gus Van Sant: non fa di tutta l’erba un fascio, non mostra una generazione di giovani americani inebetiti dalla mensa scolastica e dalla televisione o dai videogame violenti, non nasconde l’umanita’ e la sensibilita’ dei genitori dei ragazzi e le premure di parte del corpo docente, ben presente nell’opera (giovera’ ricordare che Shepard insegna, dal 1984, nel Williams College) senza caricature ne’ facili macchiettismi. Racconta e spiega la genesi di una tragedia invitandoci a cercare, se non senso, almeno significati profondi e superficiali nelle sue dinamiche, analizzando il comportamento dei due giovani protagonisti, accompagnati nella loro quotidianita’ e nella loro intimita’ da una superba e credibile narrazione dialogica, tenuta viva dalla bella traduzione di Federica Alba.
Shepard rivela – questa la mia impressione – una notevole capacita’ di registrazione degli effetti, preferendo una minore indagine delle cause della decisione di massacrare studenti e docenti: punta, decisamente, sul senso di inadeguatezza e sulle complesse e intricate relazioni sociali dei due ragazzi, sui loro robusti silenzi di fronte alle domande genitoriali, sulle bugie e sulle risposte poco piu’ che bisillabiche di fronte tanto ai complimenti quanto alle critiche dei docenti.
 
Mostra d’avere speranza separando la sorte del protagonista, l’incerto e complessato Edwin, da quella del suo compare, il brutale Roddy detto Scheggia, che manda – di fatto – in porto la sua missione (auto)distruttiva. Suggerisce quindi che la paura puo’ essere sintomo d’intelligenza. Oppure, d’una debolezza cosi’ grande da impedirti d’avere personalita’ anche quando hai deciso di perdere tutto. Sarei tentato di trascrivere le ultime battute del romanzo, ma per rispetto del lettore mi limito a suggerire una lettura ripetuta delle ultime cinque righe del libro. 
 
Edwin ha in comune con diversi tra questi tristi killer delle scuole americane una situazione scolastica ed esistenziale traballante, a dispetto d’una serena vita famigliare. Da un anno i suoi voti sono precipitati, inspiegabilmente; qualche docente lo stuzzica, invitandolo a essere meno tetro e depresso durante le lezioni. Intanto, non lega con nessuno se non con Scheggia (cfr. notevole discussione sui gruppi nella scuola: pp. 46-47). Non frequenta attivita’ extra-scolastiche, cerca di non mangiare niente a mensa, si mostra cinico e tira qualche battuta di troppo su Charles Manson. Spesso si ritrova a prendersi a cazzotti, e a prenderle, da qualche compagno. I suoi problemi comportamentali derivano anche da questo; nonche’, pare di capire, dalla timidezza con le ragazzine, pure piuttosto desiderate.
 
Crede che la tv sia una malattia mentale (p. 18) tuttavia il suo amico mostra interesse per la reazione dei telegiornali dopo la notizia degli omicidi (p. 69); in compenso, Edwin consulta spesso un libro sui serial killer, informandosi per bene su teorie e tecniche di distruzione di massa (cfr. Ed Gein, p. 85 e non solo), e sulla personalita’ e sull’estetica (!) degli assassini.
Edwin non fa sport, non ha amici, se ha interazioni coi coetanei e’ per pestarsi, con una o due eccezioni.
Ha terrificanti emicranie e sprigiona, a ogni pagina, una solitudine e una coscienza del suo isolamento semplicemente abnormi.
 
Shepard vi guidera’ nella sua anima: nella sua incerta adesione ai piani omicidi di Scheggia, prima d’avvelenamento poi di sterminio, e nella sua emozione di fronte ai complimenti per un bel disegno; nel suo amore per il fratellino, nella sua paura di tutto. E’ un viaggio che segna il lettore, umanizzando i responsabili di quelle stragi che vediamo, periodicamente, infestare i notiziari americani. L’uomo nero e’ sempre piu’ bianco. Come spesso e’ stato.  
 
Cio’ detto, auspicando di poter leggere altre opere d’uno scrittore che Dave Eggers considera tra i migliori contemporanei, passo ad esaminare rapidamente le conseguenze recenti delle apocalittiche letture popperiane dell’influenza della tv sulle menti dei cittadini.  
 
Scriveva Bosetti in “Dal villaggio all’asilo d’infanzia (globale)”, all’interno di “Cattiva maestra televisione”, Marsilio, Venezia 2002, pp. 48-51):
“Nomi come Paducah (Kentucky), Pearl (Mississippi), Stamps (Arkansas), Conyers (Georgia), Littleton (Colorado) evocano nella mente di qualunque americano l’incubo di una violenza che esplode improvvisa tra i ragazzi, che sembra scaturire da una infanzia geneticamente modificata da menti perverse” L’elenco delle citta’ e’ estremamente piu’ esteso (per approfondire: “School shooting”, con tanto di letteratura fiction e non fiction), ma vediamo dove si vuole andare a parare. Poco oltre, leggo: “I nostri bambini sono stati nutriti – dichiaro’ Clinton il primo giugno del 1999 – da una dose quotidiana tossica di violenza. Ed e’ una cosa che si vende bene. Ora, trent’anni di studi hanno mostrato che questo desensibilizza i bambini alla violenza e alle sue conseguenze. Adesso sappiamo che al momento in cui un tipico ragazzo americano raggiunge l’eta’ di diciotto anni, ha visto 200mila scene di violenza, 40mila di omicidio (...). Studi dimostrano che il confine tra la violenza di fantasia e quella reale, che e’ una linea molto chiara per la maggior parte degli adulti, puo’ diventare molto confusa per bambini vulnerabili (...)”; l’ex presidente concludeva alludendo a eventuali future limitazioni per il Primo Emendamento. Ci stiamo avvicinando ai veri responsabili dei massacri, tenetevi forte. Bosetti ricorda quel che ha insegnato lo psicologo Dave Grossman in “Stop Teaching Our Kids to Kill”: “l’esercito degli Stati Uniti si addestra a sparare su simulatori che sono uguali, con piccole modifiche, al Super Nintendo che possiamo comprare a Natale per i ragazzi”: questo spiega la mira infallibile di Michael Carneals, 14 anni, nella strage di Paducah (otto colpi tutti a segno; sulla base di quella distanza – 7 yards – un ufficiale medio della polizia colpisce una volta su cinque, in azione).
 
Bene. Per i massmediologi apocalittici, quindi, c’e’ poco da inquietarsi: siamo tutti condizionati da film e videogames, e’ per colpa loro se in America c’e’ chi massacra venti coetanei per volta, a scuola. Siccome la mia generazione s’e’ addestrata a sparare ai nemici gia’ ai tempi di “Operation Wolf”, sul glorioso Commodore 64, adesso so che sapremo darci da fare in qualsiasi contesto bellico, figuriamoci con bersagli urlanti e semoventi come gli studenti impauriti. Le console si sono evolute, dai tempi dell’Intellivision: con le Playstation gli sparatutto sono diventati un centro addestramento reclute. Avvertite Osama: potrebbe abbattere i costi.
Mi sembra superfluo ricordare che, in passato, simili e grottesche responsabilita’ vennero imputate alle opere letterarie, ai fumetti e a certi dischi (...), piazzati serenamente alla gogna.
 
Francamente, escludo che le simulazioni della realta’, siano essere la lettura, la visione di un film o l’interazione con un videogioco, possano arrivare a sostituire l’esperienza; escludo siano cause prime o cause uniche; escludo siano cause secondarie. Tendo a credere non siano nemmeno concause, a meno che i soggetti protagonisti non patiscano problemi complessi di personalita’. E quale societa’, quale comunita’ non ha influenza chiara sulla personalita’ di un individuo? E quanta influenza ha la sua percezione di differenza, distacco o estraneita’ dalle norme e dalle leggi immutabili o quasi di quella societa’, e di quella comunita’?
 
In sintesi: prima di definire Chuck Norris – faccio per dire – il padre dei massacratori nelle scuole, inviterei certi massmediologi a guardarsi la sua opera omnia. Le successive idee non potranno che essere diverse. Questo romanzo, intanto, si rivelera’ interessante supporto. Questa e’ una previsione facile.
 
Gianfranco Franchi

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