CONFESSIONI DI UN CUOCO ERETICO di David Madsen
Recensione de Il Foglio. A firma di Alessandra Iadicicco. Quando un accademico impeccabile, si spoglia dell'aura e dei panni professorali e indossa una succinta copertina di genere - impreziosita dal boa di struzzo da un brillante nom de plume - puo’ permettersi l'inaudito. Se poi, mettendo in scena i suoi personaggi, spegne subito tutte le luci e li fa muovere a tentoni e spintoni: spinti per amore o per forza (per libido concupiscente o legittima difesa) ad allungare le mani, si permettera’ anche indicibile. Non si puo’ dire chi sia, David Madsen. Pseudonimo di un professore universitario inglese attualmente - pare - domiciliato e impiegato a Copenaghen.
Meridiano zero - 13,50 Euro - tr. F. Francis (distr. PDE)
Per insegnare filosofia? psicologia? italianistica? storia dell'arte? storia del pensiero rinascimentale? A dispetto del successo riscosso dentro e fiori la Gran Bretagna con la serie dei suoi romanzi pseudoeruditi (o anche eruditi per davvero: a tutte le suddette discipline attingono infatti con disinvoltura le “Memorie di un nano gnostico”, le “Confessioni di un cuoco eretico” e pure queste ultime “Amnesie di un viaggiatore involontario”), l'accademico dietro al nom de plume raffinatamente banale di David Madsen e’ riuscito a tenere avvolta nel buio piu’ nero la propria intrigante identita’.
E in pieno blackout inizia il diariodi bordo - redatto in prima persona, dunque evidentemente coi ritrovato senno di poi del suo viaggiatore malgre’ soi. Giusto il lampo di luce che illumina nel vagone ristorante la forchetta sospesa a mezz'aria con un boccone di filet de bouf poêle’ villette e l'impianto elettrico del treno lanciato nella notte "per gelide lande innevate” e’ bell'e fulminato. Interrotti, con la corsa e la cena, anche il flusso naturale dei ricordi e il piu’ corrente senso dell'orientamento, il giovane in trasferta non sa piu’ chi e’, dov'e’, ne’ dove sia diretto. Saltati tutti i contatti, non gli rimane che quello - in effetti del tutto privo di tatto - con le mani rapaci, bramose e lascive che lo avvinghiano nel buio, e il ruvido attrito con un paio di guance mal rasate. E’ un maschio! "Ma chi e’, come si permette?". Non sara’ mica il dottor Freud? Non fa in tempo a riaccendersi un lumicino nel convoglio fermo sul binario, e il passeggero smarrito, smemorato e molestato (ma non c’e’ stato stupro, niente infrazioni irreparabili: "Solo un po’ di frottage") si trova seduto di fronte un tizio che si presenta col nome e cognome del luminare della psicoanalisi. Che c'e’ di strano? "La gente non sa concepire la possibilita’ - anzi la certezza se si considera il vasto numero di abitanti passati e presenti di questo pianeta - che due esseri umani abbiano lo stesso nome", si picca risentito il vecchio Sigmund il quale, secco, barbuto e pinzato nel pince-nez, naturalmente viene da Vienna’ e fa lo psichiatra. Strano non sara’ nemmeno, allora, che il dottor Freud prenda per mano l'involontario "paziente" e lo accompagni passo passo dentro un incubo.
Finiranno al castello di Fluechstein: ospitati dal conte Wilhelm (un fanatico della caccia alla mucca), coccolati dalla contessina Adelma (una maniaca del sesso avventuroso e dello studio del cirillico), invitati a un sontuoso banchetto, e indotti a prendere parte (attiva) a un simposio sullo jodel. Incerto dall'inizio alla fine e’ se a condurre il gioco siano il maestro omonimo dell'interpretazione dei sogni, l’anamnesi controvoglia dell'anonimo eroe, o le manovre nell'ombra dell'autore pseudonimo che - come niente fosse - salta qua e la’ dalla citazione raffinata all'allusione scurrile, dalla precisazione filologica alla sconcia provocazione sopra le righe. Chissa’ che alla fine non si sveli slavista virtuoso e scrupoloso, col vizio dei vocalizzi intonati dagli alpigiani tirolesi.
Alessandra Iadicicco