economia news e media viaggi informatica internet salute e benessere int rattenimento e spettacolo sport tempo libero istruzio ne e formazione arte cultura scienza

Attualità

Omaggio alla Memoria al Campo di Auschwitz

A cura di Sabina Marchesi

Pubblicato il 14/09/2007

Quest'estate io e mia moglie abbiamo intrapreso un viaggio diverso dalle solite rotte vacanziere... tra le altre tappe, ci siamo fermati ad Oswiecim, paesino della campagna Polacca che ai più dirà poco. Più noto il nome con cui lo ribattezzarono i tedeschi nel 1939, Auschwitz.

foto intervento

 

L'ingresso al campo, fatta eccezione per la tristemente celebre scritta "Arbeit Macht Frei" (il lavoro rende liberi) ed il filo spinato di cinta, non farebbe mai pensare ad un luogo tanto cupo. Le casette a due piani in muratura, molto ordinate, col prato tagliato di fresco... incamminandosi ci si ritrova in uno spiazzo, come tanti, se non fosse che lì avvenivano gli appelli che potevano durare dalle 2 alle 19 ore, caldo, freddo, vento, pioggia, neve, 30° sotto zero. Una parola di troppo, un semplice gesto potevano bastare per questo e tanti altri supplizi atroci.

All'estremità del campo si trova il blocco della morte. Laggiù, per i motivi più futili, i deportati venivano "giudicati" e condannati; nell'adiacente muro della morte avvenivano le fucilazioni di gruppo, mentre nelle segrete i nazisti rinchiudevano i prigionieri in 4 in uno spazio di 2 metri per 2, facendoli entrare a gattoni, senza luce, nè ventilazione, in attesa che morissero di asfissia o di fame o di sete.

Proprio in quegli spazi angusti i nazisti sperimentarono lo Zyclon B, gas a base di cianuro con cui si eliminavano i pidocchi. In un lungo corridoio tapparono gli infissi e lasciarono circa 900 persone. Il giorno seguente, non essendo ancora morte tutte, aumentarono la dose. Un ufficiale nazista dichiarò soddisfatto: "Oggi sono felice, ho trovato il modo per eliminare i pidocchi". Ebrei, omosessuali, zingari, handicappati, oppositori politici, prigionieri di guerra, preti, professori.

Al campo "lavorava" anche il dottor Menghele; costui nutriva un grande interesse verso i gemelli su cui condusse ogni genere di esperimenti: li mutilò per cucirli insieme e farne gemelli siamesi, cercò di cambiarne con degli acidi il colore degli occhi, scambiava loro quantità industriali di sangue, a molti "pazienti" inoculava malattie quali la lebbra e il tifo, sottoponeva quei disperati a temperature estreme per verificarne l'adattabilità, eseguì sterilizzazioni su uomini e donne e chissà quante altre follie.

Nel 1942, dopo aver deciso per la "soluzione finale" della questione ebraica, il campo di Birkenau, Auschwitz II, a circa 3 km di distanza, era pienamente operativo. Il lager aveva una larghezza di 2,5 km e 2 di lunghezza. Le baracche in Germania erano utilizzate quali stalle che potevano contenere 52 cavalli; lì erano ammassate 1000 persone.

La "produzione" procedeva a ritmi industriali: i treni arrivavano, avvenivano le "selezioni" fra abili al lavoro, destinati ai lavori forzati (11 ore al giorno mangiando solo verdura marcia), mentre agli altri sarebbe spettata la "doccia". Chi non raggiungeva il metro e venti era destinato subito alla camera a gas in quanto improduttivo.

Agli ebrei i tedeschi prospettavano un semplice trasloco, vendendo loro case fittizie, proponendo contratti di lavoro inesistenti. Tutti portavano con sé tutti i loro averi. Lo smaltimento dei corpi nei forni crematori non era sufficiente, quindi dovettero approntare dei roghi a cielo aperto.

Passando da un campo all'altro è ben visibile la JudenRampe, una sorta di grande stazione, con decine di rotaie, dove giungevano i vagoni dopo anche 2000 km di viaggio e sostavano in attesa di essere smistati nel campo.

In quel luogo trovarono la morte oltre 1.300.000 persone.

La descrizione è questa, una minima parte degli orrori di cui ho avuto notizia; quello che non si può spiegare è il senso di oppressione, l’odore che ti fa star male in quelle baracche, il vento che in un giorno di agosto ti sferza, nello stesso posto dove milioni di uomini, donne e bambini, patirono ogni giorno il freddo, il caldo, la pioggia, la neve, il sole, senza un riparo sicuro, senza alcuna speranza, consapevoli del proprio destino.

Senza demagogia, libero da qualsiasi condizionamento politico, voglio che questo messaggio raggiunga ciascuno affinché barbarie simili non abbiano mai più a verificarsi. Ci affaccendiamo tanto dietro tante cazzate, le nostre cazzate quotidiane, fingendo di non sapere cosa è accaduto non più di 60 anni fa e cosa continua ad accadere nel mondo. Impariamo ad accettare l'altro che questi sia giallo, nero, zingaro, lavavetri, mendicante, di destra o di sinistra.

L’unica cosa che ci accomuna è la nostra diversità.

La riflessione più ovvia su quanto la storia ci insegna è che domani il perseguitato potrei essere io, potresti essere tu. E non esiste un motivo.

Auguro a tutti una buona vita e di poter vedere coi propri occhi cosa è accaduto, in silenzio.

 

Roberto Ottonelli

Vuoi essere aggiornato sulle novità della guida?

Feed RSS XML vostro feed RSS