Della giovinezza ti rendi conto solo quando non c’è più: “La giovinezza è una realtà che diventa un sogno quando è passata” (Roberto Gervaso). Eppure, a ben riflettere, se anche fosse possibile, io non accetterei di tornare giovane. Per lo stesso motivo per cui il viandante non si lascia indurre a tornare indietro. Se il percorso è rivolto ad una meta, perché ricominciare dall’inizio? Sbaglieremmo lo stesso, magari in modo diverso, probabilmente peggio. No, io non ricomincerei.
Cosa c’è oltre il mondo? Ma c’è veramente un “oltre”, dal momento che senza la materia non può esserci spazio, come afferma Aristotele: “Ogni cosa è nell’universo, mentre l’universo non è in nessun luogo. Oltre l’universo non c’è nulla, neanche il vuoto, dal momento che luogo e spazio possono esistere solo in relazione ai corpi”. Non sappiamo se l’universo ha dei confini. O se, secondo la pittoresca immagine di un poeta latino, un arciere potrebbe sempre dilatarli, gettando all’infinito la freccia al di là dei limiti...
Le idee - e le parole che le rivestono – hanno un grande potere. Un’espressione di stima, incoraggiamento, conforto, raggiunge l’intelligenza dell’altro e, direi, anche le sue cellule. Come flusso terapeutico, liberante. Il primo clinico della parola, infatti, fu Socrate. Grazie al dialogo coscientizzatore, egli è padre della filosofia occidentale e dell’arte di curare le anime con il discorso. Ma se le parole umiliano e feriscono, allora, hanno un effetto deprimente. Proviamo a fare un uso clinico delle parole...
Ero, l’altro giorno, per caso, al reparto di neonatologia. Osservavo, insieme a mia moglie, quelle faccette in miniatura, gli occhi chiusi, la boccuccia serrata. Dormivano pacifici. Solo qualche lieve increspamento quando qualcuno piangeva. Che ne sapevano quei neonati dei problemi del mondo, della vita che li attendeva. Eppure, la loro espressione non sembrava del tutto ignara. Conteneva una certa, remota, consapevolezza. Trasmessa, forse, con i cromosomi. Riflettevo...
C’è una misteriosa relazione fra l’uomo e le cose che egli produce. Si può dire che essi si creino a vicenda. L’uomo crea le cose e queste, una volta realizzate, hanno il potere di modellare il loro creatore. C’è un flusso mentale che dal soggetto investe l’oggetto e da questo, torna al soggetto in termini di gratificazione e di consapevolezza. In tal caso, l’artefice si riconosce in ciò che ha creato, come un genitore nei figli. Ne consegue che abbiamo bisogno di lavorare per prendere coscienza di noi stessi, per sentirci significativi ed in pace col mondo, dal momento che la mente è legata alla mano...
Un sepolcro si chiude, una storia finisce. Quante volte si ripete questa scena. C’è qualcosa di peggio di morire. Veder morire gli altri. Forse è per questo che invecchiamo. Chiudendo i sepolcri, uno dopo l’altro, qualcosa si spegne anche in noi. Quella sera, ancora una volta, un sepolcro si chiuse e lui restò al buio. Lui, come tutti gli altri. Aveva mostrato potere sulla morte. Ma ora il sepolcro ha inghiottito anche lui. Silenzio. Delusione. Paura. Com’è triste ammettere, ancora una volta, che i malvagi hanno vinto. Che un innocente è morto. Che la battaglia contro il male è inutile ed ingenua...
La vita è un dono. Il più grande. O meglio, quello che rende possibile l’esistenza di tutti gli altri. L’alternativa è, infatti, il nulla. Ma, perché essa continui ad essere interessante, chi vive deve poter conferire alla sua esperienza un senso globale, modellato su misura per ognuno di noi. Se le sofferenze e le angosce superano un certo limite, allora, c’è chi è invogliato a recedere dal dono, a rifiutarlo. Ecco far capolino la tentazione del suicidio, dell’eutanasia, dei mille travestimenti di fuga dalla vita che vanno dalla corsa pazza del sabato notte all’anoressia. Per quanto può sembrare assurda, l’aspirazione al suicidio risponde ad una logica inesorabile...
L'età senile è spesso, la stagione della fragilità, della debolezza. Io non sono di quelli che amano i bordi del campo. Forse morirò lavorando. Ma devo ammettere che è bene così. E’ giusto che forza e debolezza si alternino, nella vita. Che la gracilità del bambino si riannodi a quella dell’anziano. Se fossimo sempre protagonisti, insostituibili, diverremmo aridi, spietati. Nell’ora del bisogno, invece, deponiamo la maschera. L’anima appare nuda, autentica. Il vecchio, se ha tratto lezione dall’esperienza, è un patrimonio per l’umanità, un tesoro di saggezza. Se la sua vita ha avuto un senso unitario, egli è una biblioteca vivente.
Il segreto di una vecchiaia serena è nel presente vissuto come unica possibilità. Il dominio sull’attimo è il dominio sulla vita. A questa scoperta sono pervenuti molti sapienti: “E’ bello vivere – osserva Cesare Pavese – perché vivere è cominciare sempre ad ogni istante”.
L’anima, ha scritto un famoso psicanalista, James Hilmann, ha bisogno d’invecchiare. Per conoscersi meglio, per accettarsi pienamente. Solo in età matura cominciamo a capirci qualcosa in quel grande guazzabuglio che chiamiamo ”la realtà”.