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PAROLE CHIAVE

Lo stereotipo

A cura di Luciano Verdone

Pubblicato il 27/12/2000

Gli sterotipi non sono "malattie del pensiero" ma strategie mentali, comuni a tutti, per semplificare la realtà ed orientarci in essa. Quando pensiamo che i Tedeschi sono individui precisi e disciplinati noi categorizziamo una realtà complessa, rendendola meglio conoscibile. L'importante però che lo stereotipo costituisca solo un punto di partenza.

- Il termine stereotipo (inglese: stereotype) è tratto dal linguaggio tipografico ed è sinonimo di cliché.
- Indica un’opinione largamente condivisa su individui, gruppi, oggetti, luoghi, opinione che ha appunto la caratteristica di essere schematica, rigida, e spesso deformante e svalutativa.
- Infatti, il pregiudizio, pur essendo basato su un fondo di verità, è però realizzato attraverso i meccanismi mentali della categorizzazione e della generalizzazione.
- Gli stereotipi riguardano in genere, più che i singoli, interi gruppi e categorie (gli alunni, i professori, gli abitanti di una città, i tedeschi, gl’italiani, i meridionali e i settentrionali, i neri e i bianchi, i maschi e le femmine).
- Esistono stereotipi: -negativi (es. i negri sono pigri; gli scozzesi sono avari, le donne sono pettegole); -positivi (es.gli austriaci amano la musica, i tedeschi sono industriosi); -neutri (es. i giapponesi scattano molte foto; gli olandesi sono lentigginosi; gl’italiani gesticolano).
- Gli stereotipi non sono esclusiva solo di persone ignoranti e semplici ma sono diffusi fra tutti, anche tra le classi colte (come è dimostrato da numerose ricerche).
- Qualche decennio, nell’ondata di riprovazione del razzismo e degli eccessi della guerra, i pregiudizi erano considerati una “malattia del pensiero”. Oggi è assodato che essi, benchè deformanti e riduttivi, non sono un’alterazione cognitiva ma un “meccamismo conoscitivo” abituale, mirante a semplificare la realtà sociale complessa e ad orientarci in essa attraverso processi di categorizzazione e generalizzazione. Per Vinacke gli stereotipi non sono altro che sistemi concettuali che “servono, come tutti i concetti, a organizzare l’esperienza”.
- In qualche modo ci difendono dalla realtà ignota. “Di fronte ad uno sconosciuto cerchiamo di stabilire, sulla base di caratteristiche osservabili, a quali gruppi sociali appartiene. Ad esempio, dal modo di vestire e di presentarsi di una persona inferiamo la professione, concludiamo che è un operaio, un contadino, un rappresentante di commercio, un intellettuale. Una volta appurato che appartiene a un determinato gruppo, in base allo stereotipo inferiamo molte altre caratteristiche”(Bianchi-Di Giovanni).
- La caratteristica primaria dello stereotipo è la schematicità. Va notato che estendendo un aspetto a tutto un insieme, si creano cliché mentali rigidi, deformanti e riduttivi, rinunciando al confronto analitico con l’oggetto della conoscenza. Si accomunano così persone e realtà sociali senza conoscerle. Tale schematicità conoscitiva può portare facilmente al pregiudizio.
- Con l’evoluzione della società gli stereotipi diventano sempre più fluidi e moderati. E’ dimostrato dagli esperimenti di Katz e Braly del 1933. Essi chiesero ad un campione di cento studenti dell’Università di Princeton di accordare ad ogni gruppo etnico alcune caratteristiche salienti, scelte in una lista prestabilita. Si registrò un notevole consenso con punte elevate su alcuni tratti. Ad esempio per oltre il 75% i negri erano pigri e superstiziosi, i Tedeschi scientifici, gli Ebrei avari, ecc. Lo stesso esperimento fu però ripetuto, sempre a Princeton, negli anni settanta, da Karlins. Si presentò un quadro assai diverso. Gli stereotipi c’erano sempre, ma le percentuali d’accordo non avevano più punte così alte. I nuovi soggetti dimostravano di possedere una visione più complessa e meno rigida.

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