Il più grande filosofo è il bambino di tre anni quando sgrana gli occhi e punta il dito verso un oggetto, ripetendo più volte un nome, finché l’adulto non gli presta attenzione. O meglio, finché non riesce a scaricare, attraverso il gesto e la voce, l’energia mentale che si è accumulata in lui.
Alla base della ricerca umana c’è lo stupore, la curiosità. “Gli uomini furono mossi a filosofare dalla meraviglia”, affermò Aristotele. “La scienza comincia con i problemi”, fa eco Popper. La filosofia nasce dal desiderio di consapevolezza. E’ lettura unitaria di ciò che appare, a prima vista, molteplice e complesso. “Chi è in grado di vedere l’intero è filosofo. – Scrive Platone – Chi no, no”.
Aprendosi alla riflessione, l’uomo incontra, prima ancora che se stesso, soggetto conoscente e pensante, la realtà esterna. E pone domande a cui, in millenni d’indagine, ha dato risposte diverse.
La prima domanda può essere considerata come la reazione all’abitudine, il “risveglio” di fronte alle cose di tutti i giorni: “Perché esiste la realtà, anziché non esistere?”. Porsi tale domanda equivale ad entrare in casa propria, guardando ogni cosa con l’occhio del ladro, quasi fosse nuova, sconosciuta. “La fonte che alimenta ogni ricerca metafisica – afferma Max Scheler – è la meraviglia che qualcosa sia e non piuttosto il nulla”.
La seconda domanda é: “Che senso ha tutto questo?” L’universo è un progetto unitario o è frutto del caso? Ci troviamo di fronte ad una totalità armonica, magari un riflesso della perfezione di Dio e quindi necessariamente buona (Pitagora, Zenone, Tommaso, Spinoza, Leibniz) o quello dinanzi a noi è un mondo contraddittorio e senza senso (Democrito). In questo secondo caso, nella realtà, osserva Nietzsche, si nasconde una verità tremenda, inaccettabile per la gran parte degli uomini: e cioè che il “carattere complessivo del mondo” è il caso, il caos. Chi ha ragione? Russel quando afferma: “Può sembrare strano che la vita sia un puro incidente, ma in un universo tanto grande è inevitabile che accadano incidenti”. O chi sostiene che supporre che strutture complesse come il Dna umano siano sorte per caso è come ipotizzare che dall’esplosione di una tipografia possa nascere la “Divina commedia”? Oppure occorre modificare la domanda. Non “che senso ha tutto questo” ma “chi dà senso a tutto questo?”. In altre parole, il mondo non ha senso in se stesso ma è una “presenza opaca” che riceve significato solo dall’uomo, “misura di tutte le cose” (Sartre).
Ed eccoci alla terza domanda: “C’è qualcosa prima del mondo?”. L’universo è finito, come credeva Aristotele, infinito e coincidente con Dio, come sostenne Giordano Bruno, oppure finito ma illimitato, alla maniera di una sfera sempre percorribile, come ha indicato Einstein? Ma se è finito, cosa c’è oltre? In ogni caso, questo mondo si spiega da solo o reclama un principio primo al di fuori di sé, un dio creatore? E noi cosa percepiamo ogni giorno? Una realtà che si regge in modo autonomo, senza apparente intervento di entità esterne. Ma ciò ci autorizza a considerare l’universo come totalità che si spiega da se stessa, come sostengono religioni orientali ed una certa mentalità scientifica? O hanno ragione i pensatori cristiani a ritenere che il mondo non è Dio ma la sua opera in azione? Esso esiste sì da solo (è “sussistente”) ma non è causa di se stesso (non è “autosufficiente”). Dal momento che “Qualsiasi essere non si produce e genera da sé, altrimenti sarebbe prima di essere” (Agostino).
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