A cura di Luciano Verdone
Pubblicato il 04/08/2004
Credo che l'essere felici rappresenti un dovere sociale, un esercizio a cui tutti dovremmo sottoporci quotidianamente, bilanciando le spinte profonde alla noia ed alla depressione. Specie quelli che, per la loro attività lavorativa, hanno relazione frontale con la gente. Sono convinto di ciò che afferma Lincoln. Che chi è felice lo è perché vuole esserlo. Che la serenità interiore nasce dallo sforzo di sorridere, dall'impegno a selezionare la realtà in positivo, a ricondurla a letture di senso... Perchè non proviamo a raccontarci le Vacanze, compiendo una lettura logoterapeutica che tenda a sottolineare le piccole esperienze significative, gl'incontri, apparentemente banali, che hanno lasciato una risonanza in noi? Possiamo anche sfogarci parlando di disfunzioni ed insuccessi relazionali, a patto che sappiamo scorgervi un riscatto, uno stimolo a superarci, a capire...
Ho trascorso il mese di Luglio in un vicolo che s'immetteva sulla spiaggia, abitato da gente tranquilla. Alcuni coltivavano il loro orticello, altri erano pescatori e li ritrovavo al mattino sul lido a vendere pesce ai bagnanti. Ho goduto di questa dimensione semplificatrice. Per un mese, niente tv, niente computer, niente dopobarba… Ma ho pianificato il mio tempo. Infatti temo il vuoto, il "vacuum" della vacanza. Intendo il riposo alla latina, come "otium", alternanza d'impegno e distensione, altrimenti mi sento alienato. Ho avvicendato così momenti di lettura e riflessione a parentesi di camminate e pedalate. Al girovagare serale per paesi alla ricerca di sagre, concerti, film all'aperto, degustazione di vini locali. In cerca di gente. E ne ho conosciuta. Personaggi fuori schema con cui ho naturalmente aperto il dialogo. L'individuo alto e dignitoso (copia vivente dell'uomo di Leonardo) che incontravo ogni giorno sulla riva e che mi ha parlato del suo campo di concentramento. L'omone con la barba da patriarca biblico che raccoglieva telline: mi ha raccontato di come nel dopoguerra aveva commercializzato con successo copertoni di gomma piena per le bici, ricavati dai residui industriali. La prorompente vitalità biologica del romano vicino d’ombrellone. Il commerciante lombardo che faceva ginnastica sulla riva... Il ragazzo francese in viaggio su due ruote da Parigi all'Egitto, ospitato per due notti. Ed il giovane fiorentino, amico di mia figlia, venuto a conoscere la costa adriatica... La dignità e la pazienza di Abdullah, ambulante nero, che disponeva più volte al giorno, in bell’ordine, i suoi cento occhiali sulla bancarella da spiaggia, con l’occhio vigile per paura della polizia, i suoi colleghi senegalesi, l’imperturbabile calma interiore che ci trasmettono, il senso religioso della vita, la sobrietà alimentare… Mi sono sentito un privilegiato. Ho liberato dal profondo sentimenti di ottimismo e gratitudine. Credo che siano questi stati d'animo a far bene alla mente e ad aumentare la fiducia sociale. Non si tratta tuttavia di un quadro naif, tutto amenità e senza ombre. Ho sofferto, ad esempio, quando ho notato negli altri, anche in vacanza, nervosismo e depressione. Ho raccolto qualche volta - sospirando - una bottiglia dalla sabbia... Mi sono meravigliato, nelle camminate sulla battigia, per gli scarichi puzzolenti, chiedendomi perché le amministrazioni – che pure si arricchiscono della presenza dei turisti - non facciano funzionare i depuratori. Mi sono rattristato a mezzanotte prendendo, in uno stabilimento, un cornetto con mia figlia, nel notare che la vivacità di alcuni giovani tende, per un’inezia, a degenerare in violenza... Ho subìto anche un atto di vandalismo. Un ignoto - probabilmente un frequentatore di discoteca - mi ha semidistrutto, nel cuore della notte, l'auto parcheggiata sul lungomare. E per ignoti le assicurazioni, ordinariamente, non pagano. Ma tutto ciò non è riuscito ad alterare la mia tranquillità, in quanto essa nasce dall’impegno a trovare un senso positivo per ogni situazione.