nbsp; Tra i valori che appassionavano Francesco, ce n’è uno fondamentale, tornato fortemente di moda ai nostri giorni. Il vivere a schema libero, tanto caro ai giovani. La precarietà quotidiana, sperimentata in pienezza, senza fattori di prevedibilità e sicurezza.
nbsp; Pochi sanno, infatti, che i primi compagni di Francesco non alloggiavano in un convento ma erano itineranti e che, solo verso gli ultimi anni della vita del santo, funzionarono comunità residenti in spazi fissi per una vita ordinata sulla liturgia, alla maniera monastica.
nbsp; Gli studi rivelano che alcuni frati abitavano presso i padroni per i quali lavoravano, altri mendicavano cibo ed alloggio, altri, addirittura, indicati col termine di “miserabili”, vivevano, in tuguri cadenti, insieme ai marginali della società medievale: sbandati, ladroni, rifiuti umani di vario genere.
nbsp; “Vivere in precarietà – osserva Pavan – rende felice Francesco perché vi percepisce l’Assoluto che ci fa esistere”. Al cardinal Ugolino che lo esortava a stabilire per in suoi frati una vita organizzata alla maniera monastica, Francesco avrebbe risposto: “Il Signore mi ha rivelato essere suo volere che io fossi un pazzo nel mondo: questa è la scienza alla quale Dio vuole che ci dedichiamo”.
nbsp; Il merito di Francesco, dunque, è di essere passato dal concetto di “monastero”, agostiniano o benedettino, tipico del primo millennio cristiano, contraddistinto da un luogo appartato e recintato, secondo l’ideale della “fuga mundi”, al concetto di “fraternità” che, almeno all’inizio, non è un luogo ma solo uno stile di vita (Francesco la chiama “forma vitae”). Ogni frate vive dove può, secondo l’ideale della vita “in medio mundi”.
nbsp; Francesco non disprezzava la ricchezza in se stessa. Era vissuto per anni da ricco, trovando gusto a maneggiar denaro, a pagare per tutti. Ma i poveri erano sulla strada e lui li vide. “Li capì perché era poeta ed era ricco… Se non fosse stato ricco non si sarebbe accorto dei poveri”.
nbsp; La povertà di Francesco è da intendere, quindi, come libertà da condizionamenti. Un mezzo per semplificarsi, puntare all’essenziale, riscoprire il primato dell’uomo. Il santo, rivolto ai suoi frati, parla di “altissima povertà che vi costituisce eredi e re del regno dei cieli, facendovi poveri di cose e ricchi di virtù”.
nbsp; Per Francesco, osserva Pavan, “i beni creati sono a disposizione delle necessità umane, gli uomini che se ne appropriano interferiscono in una economia del creato che non è più, così, a disposizione, di coloro che vengono al mondo”.
nbsp; E’ la ripresentazione radicale della comunione dei beni dei primi cristiani. “Si guardino i frati, ovunque siano, – si legge nella prima Regola francescana – di non appropriarsi di nessun luogo, né lo contendano ad alcuno”.nbsp;nbsp;nbsp;nbsp;nbsp;nbsp;nbsp;
nbsp;nbsp;nbsp; Che spazio c’è oggi, in una società prigioniera delle cose, per l’ideale di Francesco che aspiranbsp; alla libertà ed all’unificazione interiore attraverso l’uso dei beni senza proprietà? Poco. Tanto. Dipende.
Riferimento bibliografico:
Giovanni Pavan, psicoterapeuta,nbsp;nbsp;“Quella finestra sulla Valle Santa. Riflessioni su un San Francesco inedito” (Tracce – Pescara).
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