I valori della nostra gente.

La nostra gente esprime, nei suoi linguaggi gestuali e verbali, valori che provengono da molto lontano. Noi Italiani, infatti, abbiamo una storia di tremila anni... L’altra sera ero in campagna, invitato da amici. Si vendemmiava. Osservavo tutto con la curiosità di chi proviene da un altro pianeta, rammaricandomi che alla mia esperienza fosse mancato lo scenario rasserenante della natura e rituali aggreganti come quello. Coglievo atteggiamenti e parole, chiedendomi a quali schemi valoriali facessero capo. Notavo, in particolare, come significativi, alcuni comportamenti ricorrenti...

Innanzitutto, il rispetto per l’altro. Ogni comunicazione veniva fatta con diplomazia e toni appropriati, premettendo un titolo sociale che, nelle nostra campagne, esprime il massimo del rispetto: “Compare”, cioè “secondo padre”. “Compa’, che dici, facciamo questo?”. Il compare, - di battesimo, di cresima, di nozze, - rappresenta la figura sociale di riferimento che accetta di legarsi a qualcuno in una sorta di alleanza solenne ed esclusiva, che si lascia coinvolgere in un flusso di dare ed avere. Egli è considerato un parente, forse anche di più, perché scelto liberamente in base a caratteristiche di affidabilità e di reputazione. Cosa c’è alla base di tutto questo, mi chiedevo. Certo, l’urgenza di relazioni solidali in un contesto segnato dal bisogno e dalla difficoltà. Ma c’è, credo, dell’altro. Il valore dell’amicizia e della gregarietà, radicati nella nostra cultura da tempi immemorabili, addirittura precristiani.

Poi, venivo colpito dal senso della trascendenza. Si parlava dell’annata buona con enfasi e riconoscenza, come di un dono ricevuto, quasi che l’impegno umano fosse d’importanza secondaria. Si faceva, inoltre, continuamente riferimento ai parenti defunti, premettendo sempre il titolo “la buonanima” (lo spirito benedetto). Anche qui troviamo altri valori ancestrale. La “pietas”, la continuità dell’esperienza, il senso religioso della vita, tipico degli antichi abitatori della penisola, confermato ed elevato dal Cristianesimo.

Infine, il pudore con cui venivano nominate realtà che hanno a che vedere col corpo. Così, parlando di una donna che aveva una malattia al seno, veniva premessa l’espressione “Con rispetto parlando”, significando, con questo, che vi sono dimensioni appartenenti all’intimità. Tale sensibilità, anche se espressa in modo paradossale, non più accettabile dalla coscienza disinibita dell’uomo contemporaneo, credo sia strettamente legata alla scoperta cristiana dell’interiorità, quasi sconosciuta al mondo pagano. Può essere definita la visione spiritualizzata del corpo, considerato non più per se stesso ma quale rivestimento dell’anima e quindi reclamante un alone di rispetto e quasi di mistero.

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Pubblicato il lunedì 02 ottobre 2006 in: RIFLESSIONI A PIU' VOCI

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