Furbetti e Padrini. La questione morale.

Il fenomeno della corruzione non è solo italiano. Coinvolge, con diversa intensità, molti paesi del mondo. Tuttavia, nell’Europa occidentale, sono gli italiani a spiccare in senso negativo. Abbiamo coniato termini come Tangentopoli e Calciopoli. E l’elenco degli scandali si è fatto lungo: Cirio, Parmalat, Antonveneta, Unipol, Benetton… Impennate corporative, come quelle di farmacisti ed avvocati… Sembra che abbiamo scarso senso del bene comune o, se si preferisce, siamo un popolo che privatizza, a proprio favore, gli spazi comunitari. Si ha l’impressione, per dirla con Giorgio Bocca, “di un rompete le file generale, di una corsa di tutti all’illecito, al volgare”...

Lo Stato democratico poggia su un principio fondamentale: l’universale uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Il diritto al di sopra di tutti o la trascendenza del potere. Lo Stato arcaico è invece legato alla relazione interpersonale, alla negoziazione privata dei rapporti, alla stratificazione delle classi ed alla riproduzione dei privilegi. Spiace ammetterlo, ma il modello che maggiormente domina in Italia è di questo secondo tipo.

E’ un modello “paternalistico”, basato sul principio che chi comanda scambia il consenso elettorale con la concessione d’immunità e privilegi, fino a produrre atti legislativi a vantaggio di se stessi e dei propri sostenitori (“sibi et suis”), con buona pace della distinzione tra il bene pubblico e l’interesse privato. “Per ottenere un diritto occorre conoscere qualcuno. Se hai un amico nell’ufficio giusto, per ottenere un documento bastano tre giorni anziché trenta… Ogni gruppo deve avere il suo padrino che lo garantisce e lo tutela nei confronti dei gruppi concorrenti, in spregio alle regole comuni e, soprattutto, a danno degli altri” (Paolo Nepi). Ma a ben riflettere, l’immoralità non è solo pubblica. Essa riecheggia negli abusi e nelle maleducazioni quotidiane: parcheggi selvaggi, attraversamenti col rosso, rifiuti per strada, elusioni di file, escrementi canini nei parchi dove giocano i bambini, discorsi fiume ad alta voce al telefonino in treno… Relativismo etico condiviso, fallimento del sistema sanzionatorio, complicità della famiglia, impotenza del sistema educativo…

Si tratterebbe di un costume secolare. Si afferma che la predacità delle dominazioni straniere - e non - avrebbe conferito alle istituzioni un’immagine negativa… Il cattolicesimo avrebbe assorbito il diritto nella coscienza, il reato nel peccato… L’unificazione nazionale sarebbe troppo recente… Ed altro. Certo è che la gente appare spesso convinta che chi gestisce qualche potere bada soprattutto al proprio tornaconto. Il cittadino, ormai, non si meraviglia più: per cinismo disilluso, per rassegnazione, per identificazione e complicità, magari per ignoranza… Malgrado ciò, lo si constata ogni giorno, gli italiani per bene sono tanti, presenti in tutte le regioni e categorie sociali. Anche se a dominare la scena spesso sono i “cinici”, anziché i “civici”.

La questione morale è vitale per noi. La salvezza della società italiana risiede in quanti compiono, ogni giorno, il proprio dovere. Sono essi gli anticorpi, le cellule sane, gli eredi di quel forte senso della città e della legge, irradiati, a suo tempo, dalla cultura greca e romana. Occorre, dunque, un nuovo “patto sociale” che, avvalendosi di linguaggi efficaci (pubblicità, modelli carismatici, premi, sanzioni, didattica…), ci convinca che rispettare le norme è obbedire a noi stessi. Che il bene di ciascuno coincide con quello di tutti.

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Pubblicato il venerdì 13 ottobre 2006 in: RIFLESSIONI A PIU' VOCI

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