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Riflessioni a più voci

Un ragazzo down picchiato. Perché?

A cura di Luciano Verdone

Pubblicato il 13/11/2006

Un ragazzo down viene percosso dai compagni di classe. Un compagno riprende la scena col cellulare e la pubblica in rete, sul portale Google che si presta all’ignobile operazione. Le vergognose immagini polarizzano uno straordinario interesse telematico. E’ cronaca di questi giorni. Quattro comportamenti, quattro reati. Da parte di un gruppo di alunni, condizionato dalla conformistica legge del branco. Da parte di un compagno che scambia la realtà per spettacolo. Da parte di un portale web che disattende i codici etici. Da parte, infine, di utenti immaturi che godono sadicamente della sofferenza di uno svantaggiato...

La storia del Novecento è piena di momentanee eclissi di razionalità e di successivi risvegli, caratterizzati da rituali domande: “Perché è successo?”. Primo Levi, raccontando la sua tragica esperienza di prigioniero ad Auschwitz, ha scritto: “Siamo stati testimoni di un evento fondamentale ed inaspettato. E’ avvenuto, quindi può accadere di nuovo”. Ma cosa conduce a queste primordiali esplosioni di componente distruttiva, a queste inquietanti parentesi di sonno della ragione? Perché di fronte al debole, in qualcuno aumentano i sentimenti empatici, di comprensione e protezione, finanche di tenerezza, mentre in altri scatta la crudeltà? Perché c’è chi gode nel far soffrire lo svantaggiato, il perdente?

  A tale interrogativo, nel primo dopoguerra, ha dato una risposta scientifica Theodor Adorno, nel libro “La personalità autoritaria”. E in sostanza, la sua tesi è la seguente. Di fronte al debole, in tutti scatta, più o meno, un atteggiamento ambivalente. O identificarci con lui, prendere su di noi la  situazione di svantaggio, oppure compiere un transfert negativo che scarica su di lui l’avversione che proviamo per la nostra parte perdente. Se i nostri sentimenti d’inadeguatezza non vengono elaborati positivamente e vissuti con maturità, come risorsa, se non è forte in noi il valore della dignità umana, in questo caso può trionfare la tentazione di trattare il debole come vittima, come capro espiatorio.

  E allora? Occorre puntare, ad ogni livello, - politico, pedagogico, mediatico, - su un progetto educativo che ponga al centro l’uomo. Sottolineare in ogni modo il triangolo della dignità umana come valore “universale” (comune a tutti), “trascendente” (che prescinde dai limiti personali), “assoluto” (che non può essere mai posposto a nulla). Il valore dell’uomo come soggettività originale, irripetibile, compiuta, come unico fine del nostro agire e mai mezzo (Kant). Creare messaggi positivi che contrastino il modello diffuso della persona dall’aspetto perfetto, efficiente, vincente, ma insensibile, arida, disumana.      

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