nbsp;nbsp;nbsp; Tra le definizioni che si possono dare della vita, ce n’è una che mi attrae particolarmente. Quella dell’esistenza come percorso di consapevolezza, di ricerca di sé. Noi viviamo per darci alla luce, per camminare verso noi stessi, con la possibilità – ed il rischio – d’incontrarci, prima o poi.
nbsp;Trovarci di fronte al nostro volto, nudamente e crudamente, può essere sconcertante. Potremmo anche ammettere con Nietzsche che “La verità è terribile”. Ma una cosa è certa. A forza di vivere, diventiamo sempre più consapevoli del mondo e di noi.
nbsp; Solo in età matura, forse, iniziamo a comprendere, più o meno, chi siamo, uscendo dalla percezione indefinita - ma anche euforica e delirante - propria della giovinezza. “Sono sempre più me stesso, - scrive Roberto Gervaso - ma non sono ancora me stesso”.
nbsp;La vecchiaia non va vista come l’amaro destino dell’uomo, unico essere consapevole, in modo concettuale, della propria decadenza e del proprio annullamento. Essa rappresenta, piuttosto, un’opportunità, forse un privilegio. In ogni caso, un rischio. Come, del resto, lo è tutta la vita. Alla maniera del vino, col tempo, possiamo migliorare o inacidirci.
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