A cura di Luciano Verdone
Pubblicato il 17/03/2007
L'età senile è spesso, la stagione della fragilità, della debolezza. Io non sono di quelli che amano i bordi del campo. Forse morirò lavorando. Ma devo ammettere che è bene così. E’ giusto che forza e debolezza si alternino, nella vita. Che la gracilità del bambino si riannodi a quella dell’anziano. Se fossimo sempre protagonisti, insostituibili, diverremmo aridi, spietati. Nell’ora del bisogno, invece, deponiamo la maschera. L’anima appare nuda, autentica. Il vecchio, se ha tratto lezione dall’esperienza, è un patrimonio per l’umanità, un tesoro di saggezza. Se la sua vita ha avuto un senso unitario, egli è una biblioteca vivente.
C’è un tempo per ogni cosa, recita
L’età senile può condurre ad una valutazione pacata delle cose. “Si direbbe che l’anima dei giusti, come i fiori, emani più profumo verso la sera” (Madame de Stael). La maturità ci rende umani, coscienti dei nostri limiti, memori di quanti errori abbiamo compiuto in giovinezza. E di quanto grande sia stata la pazienza altrui verso di noi: “Invecchiando si diventa più tolleranti. – confessa Goethe - Infatti, non vedo commettere alcun errore che non abbia commesso anch’io”.
Giustamente è stato notato che l’età rivela la nostra vera natura. Come quando si gira l’arazzo e se ne scopre il senso. “Gli occhi dello spirito – annota Platone - non iniziano ad essere penetranti che quando quelli del corpo cominciano ad affievolirsi”. Per questo