A cura di Luciano Verdone
Pubblicato il 03/01/2008
Nell’articolo primo della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, firmata lo scorso 12 dicembre, si legge: “La dignità umana è inviolabile. Essa deve essere rispettata e tutelata”. “Tutte le persone sono uguali davanti alla legge”, recita l’articolo 20. Mentre, l’articolo 21 elenca e condanna ogni tipo di disparità sociale: “E’ vietata qualsiasi forma di discriminazione fondata, in particolare, sul sesso, la razza, il colore della pelle o l’origine etnica e sociale, le caratteristiche genetiche, la lingua, la religione o le convinzioni personali, le opinioni politiche o di qualsiasi altra natura, l’appartenenza ad una minoranza nazionale, il patrimonio, la nascita, gli handicap, l’età o le tendenze sessuali”. Il messaggio di fondo di questi testi è chiaro. Esiste un’universalità umana che rende gli individui sostanzialmente uguali nella dignità e nei diritti...
A ben riflettere, l’identità di una persona si costruisce attraverso tre variabili che costituiscono una sorta di triangolo antropologico.
La componente biopsichica per la quale siamo più o meno sani, robusti, appariscenti, intelligenti, capaci di adattamento alla realtà.
La componente culturale che ci colloca in un tipo di società più o meno evoluta.
La componente biografica, cioè la storia personale, che condiziona fortemente lo svolgimento di ciascuno.
Prendiamo, ad esempio, una persona svantaggiata dal punto di vista biopsichico (un individuo deforme o mentalmente ritardato…), oppure uno che vive in culture antitetiche alla civiltà dominante (un boscimano sud-africano, un indio amazzonico…), o, invece, un individuo che dalla sua evoluzione biografica ha ricavato traumi e distorsioni emozionali...
Ebbene, c’è qualcosa che li rende uguali. Un’essenza comune grazie alla quale ogni uomo è un valore assoluto, una realtà trascendente che va oltre le situazioni particolari e lo rende sempre degno di rispetto.
La persona. Un valore di base per ridare anima e senso alla nostra cultura decadente.