Sono lì, sera dopo sera, con prestazioni assurde. Anche dieci, in una notte.
Mentre noi siamo al caldo delle nostre case, ignari, complici, ogni notte qualcuna di queste ragazze viene uccisa, spesso impunemente, perché senza documenti. Quattrocento l’anno, denunciava una stima del Ministero degli Interni, nel duemila.
In pratica, una ogni notte.
Ed è inutile chiedere loro se sono lì liberamente, come fanno alcuni. Non possono confessare ciò che pensano. Rischiano punizioni e rappresaglie.
Cosa può aiutarle?
Un decreto che riapra le case chiuse? E’ la stessa cosa che rendere ufficiale la loro condizione. Non si distrugge il male tollerandolo, ma combattendolo. Così, come non si elimina il furto, o l’omicidio, permettendolo.
Riconosciamo, piuttosto, la loro dignità di persone.
Applichiamo la legge esistente.
Colpiamo la causa principale del triste fenomeno: il costume ancestrale, i clienti che lo alimentano, i criminali responsabili della tratta di esseri umani.
Usiamo tutti i mezzi. Dalle forze dell’ordine al condizionamento delle agenzie educative e della pubblicità.
Usciamo, in ogni caso, da questa ipocrisia che ci fa credere di essere civili e di aver superato le oppressioni millenarie. Quando, invece, oggi, nel mondo, vi sono più schiavi e vittime di ieri.
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