A cura di Luciano Verdone
Pubblicato il 20/03/2008
Ci sono consapevolezze che crescono con l’età. Innanzitutto, quella dell’unicità ed irripetibilità della vita: quante scelte, una volta fatte, condizionano tutta l’esistenza! Poi, la certezza, sempre più evidente, che non siamo immuni, anche noi, dalla malattia e dalla decadenza fisica. Anzi, col procedere degli anni, ci convinciamo sempre più che gli avvenimenti dipendono dalla cosiddetta libertà delle cause seconde. Pure chi crede nella Provvidenza, deve ammettere, prima o poi, di non essere esonerato dalla casualità. Se, in famiglia, c’è predisposizione ad una malattia, abbiamo maggiori probabilità di prenderla. Sì, il credente sa che Dio permette il male a fin di bene. Che dona la forza di sopportarlo. Che, grazie alla fede, riuscirà a dargli un senso. Ma sa anche, però, che esso c’è e che, forse, non sarà sconfitto. C’è un’altra dolorosa constatazione. Il fatto che...
... nonostante tutti i tentativi, certi difetti della nostra natura, non riusciamo proprio a superarli. Fanno parte di noi, sono senza speranza. Tuttavia, se prendiamo coscienza di questo, i limiti possono diventare risorse. Ci mantengono umili. E se poi riusciamo a riderci sopra, questa è maturità. Ma c’è ancora una consapevolezza, forse più drammatica delle altre. E’ quella che ci rivela di essere superflui nei riguardi del mondo. E’ quella che si raggiunge quando comprendiamo che, se non ci fossimo, gli altri non ne riceverebbero danno. Accogliere, però, questo pensiero equivale a sperimentare la libertà assoluta del nulla, il vertice della saggezza. Se si avverte, anche per un attimo, la gioia di non esserci, allora si assapora – credenti o atei - la giustizia che si attua nell’annullamento della morte. Con una differenza, però. Vita-morte-vita, per il credente. Nulla-vita-nulla, per l’ateo. Bisogna ammetterlo. Il disorientamento c’è per entrambi. Ma la condizione del secondo è molto più penosa.
E tu, cosa ne pensi?