A cura di Luciano Verdone
Pubblicato il 25/03/2008
Ma cosa hanno in comune gli esseri umani che li fa sembrare sfaccettature di un unico prisma? L’ho intuito in un momento ed è stata come una rivelazione. Mi servirò di due aforismi. Primo. Ogni persona, (ma diciamo pure: ogni essere vivente, allargando il cerchio a cavalli, cani, alberi, fiori…) è come un grido silenzioso che chiede solo di essere felice. Secondo. Ogni persona vuole essere amata in un modo diverso. Forse non basta una vita per comprenderlo. Probabilmente, afferriamo questo all’apice dell’esistenza, magari solo alla fine...
Sabato santo. Salgo al paese per gli auguri. Mi fermo al cimitero.
La parete montana, ancora molto innevata, fa’ da cornice ai cipressi. Avanzo fra le tombe, evitando col piede frammenti di vasi gettati a terra dal vento.
Una carrellata di lapidi. Volti di uomini e di donne, di bambini e giovani. Tanti giovani… Fissati dall’obiettivo, in un’espressione che ha qualcosa di universale.
Un sorriso - o timido o sicuro o invadente - ma sempre pieno di aspettative, come fosse in attesa di conferma, di stima, di affetto.
Ma cosa hanno in comune gli esseri umani che li fa sembrare sfaccettature di un unico prisma?
L’ho intuito in un momento ed è stata come una rivelazione. Mi servirò di due aforismi.
Primo. Ogni persona, (ma diciamo pure: ogni essere vivente, allargando il cerchio a cavalli, cani, alberi, fiori…) è come un grido silenzioso che chiede solo di essere felice.
Secondo. Ogni persona vuole essere amata in un modo diverso. Forse non basta una vita per comprenderlo. Probabilmente, afferriamo questo all’apice dell’esistenza, magari solo alla fine.
Ma c’è un esperimento che tutti possiamo fare. Entrare in un cimitero. Osservare quei volti mentre scorrono, a centinaia. E chiederci: quale altra saggezza possiamo mettere a fondamento dell’esistenza, se non questa? Ognuno chiede d’essere compreso ed amato.