La violenza sarà il problema dei prossimi anni. Sempre più dovremo confrontarci con bande di adolescenti facinorosi, sportivi scatenati, estremisti fanatici, autisti irresponsabili, piromani, bullismo... E la causa di tutto questo sarà sempre più evidente: il vuoto esistenziale. Gli uomini riverseranno, gli uni sugli altri, la violenza che a loro volta hanno ricevuto. Quale? La più radicale che possa esserci. Quella di non riuscire più a dare un senso globale alla vita...
Di fronte al dilagare del bullismo, le due principali agenzie educative, la scuola e la famiglia, sembrano disorientate. Passati, negli anni settanta, dal modello autoritario a quello permissivo, ci siamo arenati in un narcotico atteggiamento d’indifferenza e relativismo valoriale, e non troviamo il coraggio di rinnovarci nell’unico modello educativo accettabile, quello assertivo-autorevole, basato sul dialogo razionale (che tende a sottolineare il senso del comportamento), e sul dialogo empatico (che mira a mettere in luce la sofferenza altrui come conseguenza delle nostre azioni), producendo, così, un controllo morale autonomo, elaborato dall’interno, in base a convinzioni...
Domanda a bruciapelo, nel corridoio del liceo, da parte di un ragazzo dell’ultimo anno. Preso all’improvviso, mentre sbircio il giornale, rispondo in modo scontato e banale: “Ti sembra una domanda pertinente?”. Tutto sommato sono tranquillo: ho fatto perno su un valore indiscutibile, quale la libera responsabilità decisionale. Ma l’altro replica, con tono mortificato: “Era per saperlo. Sono disorientato”. Allora divento pensoso. Adesso, è l’educatore, dentro di me, che si sente interpellato. Non c’è niente di peggio, per un insegnante, che eludere un problema. Mi allontano, riflettendo sulle possibili risposte...
Ma cosa hanno in comune gli esseri umani che li fa sembrare sfaccettature di un unico prisma? L’ho intuito in un momento ed è stata come una rivelazione. Mi servirò di due aforismi. Primo. Ogni persona, (ma diciamo pure: ogni essere vivente, allargando il cerchio a cavalli, cani, alberi, fiori…) è come un grido silenzioso che chiede solo di essere felice. Secondo. Ogni persona vuole essere amata in un modo diverso. Forse non basta una vita per comprenderlo. Probabilmente, afferriamo questo all’apice dell’esistenza, magari solo alla fine...
Ci sono consapevolezze che crescono con l’età. Innanzitutto, quella dell’unicità ed irripetibilità della vita: quante scelte, una volta fatte, condizionano tutta l’esistenza! Poi, la certezza, sempre più evidente, che non siamo immuni, anche noi, dalla malattia e dalla decadenza fisica. Anzi, col procedere degli anni, ci convinciamo sempre più che gli avvenimenti dipendono dalla cosiddetta libertà delle cause seconde. Pure chi crede nella Provvidenza, deve ammettere, prima o poi, di non essere esonerato dalla casualità. Se, in famiglia, c’è predisposizione ad una malattia, abbiamo maggiori probabilità di prenderla. Sì, il credente sa che Dio permette il male a fin di bene. Che dona la forza di sopportarlo. Che, grazie alla fede, riuscirà a dargli un senso. Ma sa anche, però, che esso c’è e che, forse, non sarà sconfitto. C’è un’altra dolorosa constatazione. Il fatto che...
Nonostante la scienza, l’uomo d’oggi appare più che mai disorientato. Forse più che nel passato. All’angoscia classica da annullamento, legata al timore di quanto può accadere, a noi e ai nostri cari, a quella da prestazione, collegata all’ansia di non essere all’altezza dei compiti, alla paura di essere valutati negativamente, o di fallire, bisogna aggiungerne altre due, tipiche della nostra epoca. La prima riguarda il vuoto esistenziale, il senso di assurdità dell’esperienza, la stanchezza di vivere, l’assenza di energia e di progettualità, il crollo della voglia di lottare. Tale depressione può collegarsi a tanti fattori: fallimento matrimoniale, malattia, morte di persone care, rovesci finanziari, traviamento di figli… La seconda riguarda il timore della violenza collettiva, dovuta ad eclissi di regole e di valori (anomia)...
L’altra notte non riuscivo a dormire. Si affollavano nella mia mente immagini e cifre. Mentre io ero lì, nel mio letto, sulle strade d’Italia, centomila prostitute sfidavano il rigore invernale. Centomila ragazze schiavizzate, dell’Est e dell’Africa. Di cui il quaranta per cento minorenni. Adescate con false promesse, incastrate dal bisogno, da branchi di sfruttatori. Incatenate sul marciapiede dai ricatti alle loro famiglie, rimaste nel villaggio africano o rumeno. Quasi nessuna di loro lo fa spontaneamente, affermava don Oreste Benzi, l’infaticabile apostolo delle notti riminesi. “Se rimandiamo a casa le schiave, qui non resta nessuna”. Invece, sono lì, al gelo. Al freddo del clima ed a quello più rigido del cuore umano. Di dieci milioni di clienti italiani che, accostandosi a quelle ragazze, uccidono moralmente le loro figlie, mogli, madri...
Esiste lo status del malato così come esiste lo status di medico, d’insegnante, di genitore o di figlio. E’ stato un sociologo americano, Talcott Parsons, all’inizio degli anni ‘50, col suo noto studio sul ruolo del medico e del paziente, ad attirare l’attenzione su una realtà rimasta fino ad allora inavvertita: lo status del malato.
Per Parsons, quella del malato non è una situazione soggettiva ma un vero status sociale da intendere come posizione riconosciuta di un individuo nel proprio gruppo.
Non appena un individuo si ammala, gli altri cominciano a trattarlo come si trattano i malati ed egli stesso comincia a considerarsi tale, cioè ad essere un “paziente” (dal latino patior, uno che soffre o che sopporta).
Nel caso di malattie gravi o di ospedalizzazione lo status del malato può comportare una rottura profonda col passato e con l’esperienza quotidiana abituale e richiedere sia una ridefinizione della propria personalità che una risocializzazione: la persona deve abbandonare in tutto o in parte le vecchie competenze sociali per darsene di nuove.
Ma allora che Natale è mai questo? Avremo ancora il coraggio di farci gli auguri, di mettere in moto le energie buone, latenti in fondo al cuore? Ma in fondo che cosa è il Natale se non una scommessa in positivo sul futuro? Natale è la nascita di un bambino ed ogni bambino che nasce coincide con un nuovo inizio, con il ricominciare della vita. Quello della “rinascita” è un archetipo universale, proprio di ogni cultura. Riusciremo a rientrare, anche quest’anno, nello stupore dell’età ingenua? A prendere l’iniziativa di fermarci a salutare la gente per strada, stendere la mano per infrangere la barriera della freddezza, cedere senza pregiudizi al rituale dei doni?…
In seguito agli atti di teppismo avvenuti per la morte del tifoso Gabriele Sandri, la Demos ha realizzato un sondaggio su un campione rappresentativo. Ne è risultato che il 50% degli intervistati teme gli stranieri (in particolare, romeni, rom, slavi, maghrebini, cinesi) e ne invoca l’espulsione. Invece, una larga maggioranza degli stessi intervistati (il 56%) pensa che le violenze legate allo sport, per quanto sbagliate, vadano comprese. Sembra che gli stessi Italiani che trovano – e giustamente – inaccettabili gli atti di violenza commessi dagli immigrati, si mostrino, invece, indulgenti verso gli squadristi che ogni domenica saccheggiano gli autogrill, danneggiano i vagoni dei treni, su cui viaggiano senza bilgietto, lasciano macerie al loro passaggio nelle città. E poi si fronteggiano negli stadi, ma soprattutto fuori, esibendo cartelli con slogan infami, sconcertanti...
“Zio, ma noi veniamo da Dio o dalla scimmia?”. Il quesito del nipote di sette anni esplose nella mente come un razzo rosso in un cielo notturno. Aveva ancora lo zaino sulle spalle ed era appena tornato da scuola. “Domanda interessante. – risposi - Ne parliamo dopo pranzo”. Sparecchiata la tavola, riapparvi in cucina con due palline di plastilina di diverso colore. Sedetti con la solennità di un sacerdote egizio ed iniziai il lavoro...
L’intera classe di un Istituto superiore è stata sospesa per essersi accanita a prendere in giro un compagno obeso. Lo pizzicavano sulla pancia. Per questo sua madre se n’è accorta: era pieno di lividi. Aveva cominciato ad ingrassare per compensare il malessere dovuto alla morte del padre. La cosa incredibile è che, a capo delle vessazioni, è risultato un ragazzo il quale, in passato, era stato il suo migliore amico. Alla richiesta di spiegazioni, quest’ultimo ha risposto: “Ma… non lo so!”. Morale della favola: il comportamento di un ragazzo nel branco è differente da quello che dimostra quando è solo. Il branco non è la somma di più individui. E’ qualcosa di diverso, di completamente nuovo. E più è debole l’identità dei singoli, più è forte quella collettiva...
Si delineano, sempre più, di fronte a noi, due Italie con due tipi di italiani. Gl’italiani senza coscienza, che mirano al tornaconto privato, che danno per scontato che l’osservanza delle norme va lasciata ai “deboli”, a chi è privo dei numeri per prevaricare. E gl’italiani che non passerebbero mai col rosso, che non getterebbero nemmeno uno scontrino, anche se nessuno li osserva, solo per un sentimento di responsabilità sociale. Perché continuano a confidare in un progetto di vita comune. Perché credono nell’Italia, come idea e come realtà, delle cui vicende godono e soffrono. Un’Italia, verso cui, nutrono, ogni giorno, un miscuglio di amore e di odio. Ma di cui non saprebbero fare a meno. In mezzo a questi due popoli (che chiamerei “italioti” ed “italici”) c’è una schiera indefinita di indefiniti, sempre più disorientati ed inclini a cedere all’andazzo. Quanto a me, voglio essere “italico” e considererò tali quanti, in politica e nel sociale, contribuiranno a produrre le urgenti riforme - di svecchiamento e moralizzazione - di cui il Paese ha bisogno, favorendo il necessario clima di certezza giuridica e di sicurezza sociale.
Estate, tempo di viaggi, di esodi rituali di massa? Perchè? Non si tratta solo un maniacale condizionamento di costume ma è la risposta ad un bisogno profondo. Quello di uscire dalla circonferenza della realtà abituale per confrontarsi con nuove dimensioni dell’uomo e del cosmo. Eppure, all’ "angoscia da permanenza" dell’ambiente sociale (vivere sempre nello stesso posto, sentirsi valutati in modo schematico e rigido) può sostituirsi, in chi viaggia, l’ "angoscia da diversità"... Trovarsi di fronte a dimensioni sociali diverse da quelle abituali, può scatenare sia interesse, immedesimazione, entusiasmo, sia svalutazione generalizzata, chiusura, aggressività. Come mai?
Il nostro territorio, in questo periodo, presenta, città per città, paese per paese, un policromo arcipelago di sagre, mostre, iniziative. Questo modo di vivere l’estate, basato sulla socializzazione, il divertimento, la gastronomia, è tipicamente italiano. Risente del clima mediterraneo e di stili di vita che vengono da lontano (greci, etruschi, romani), caratterizzati dal sole, dall’olio, dal vino, dalla convivialità, dal canto e dal teatro… Forse non ci riflettiamo abbastanza: questa è la nostra ricchezza. Potremmo essere, turisticamente parlando, rispetto all’Europa (ed al mondo) ciò che la Florida è per l’America. L’Eden del riposo e della vacanza. Invece, perdiamo terreno, pur avendo una concentrazione unica di ricchezze naturali, storiche ed artistiche...
Il palazzo costa troppo… E può caderci addosso. E’ il tema di questi giorni, suscitato da un libro di successo (“La casta”), da una trasmissione audace (Report), dagli interventi di Napolitano, D’Alema, Montezemolo, lungamente applaudito. Il funzionamento del sistema partitico italiano sfiora i quattro miliardi, è superiore alla somma di quello di Germania, Spagna, Inghilterra. Il Quirinale ci costa tre volte l’Eliseo. Gli addetti alla politica (oltre il milione e mezzo) costituiscono l’azienda italiana più numerosa. Abolendo gli enti inutili, solo con i soldi risparmiati per i lauti stipendi dei consiglieri di amministrazione, potremmo costruire asili e strade...
Un pacchetto di sigarette vuoto, accartocciato nervosamente e gettato per strada, con naturalezza, di fronte a tutti. Bottiglie di birra bevute al chiaro di luna e abbandonate con simpatica noncuranza sui gradini di una chiesa. Il rosso è già scattato, ma le auto continuano ad infilarsi lo stesso, rischiando di entrare in collisione con chi avanza col verde, dalle vie laterali. Si fa la fila in un negozio o in un ufficio, magari col numeretto, ma non si resta tranquilli: si è sempre con il timore che qualcuno possa passarci innanzi… Sono gli atteggiamenti tipici del nostro popolo, una specie di “morbus italicus” da cui non riusciamo ancora a liberarci e che, in certe zone del paese, tende ad aggravarsi. Così, in alcune latitudini della penisola, il pacchetto di sigarette o lo scontrino, possono diventare la busta di spazzatura, lo scatolone o… un lavandino. Oppure, al semaforo, anziché passare all’inizio del rosso, si transita tranquillamente in pieno rosso e, se provi a fermarti, ti suonano dietro quasi sia tu il fuorilegge, e non loro. O invece, può capitarti di scorgere, in un ufficio postale, uno sportello, prima chiuso, che si apre all’arrivo di un avvocato, di un carabiniere…
Ma perché questo costume umiliante. Cosa abbiamo di diverso dagli altri popoli?
La questione dei Pacs e dei Dico rivela, in profondità, un conflitto non risolto tra natura e cultura. Il problema è se le leggi umane debbano ispirarsi ad una presunta natura, oggettiva, universale, come vogliono i cattolici, o essere espressione di convenzioni politiche, senza implicazione morale.
Ma cosa è questa natura? Tradizioni, forse millenarie, ma pur sempre tradizioni, come affermano i laici, cioè coloro che non fanno più riferimento ad assoluti immutabili e riducono tutto a svolgimento storico? Oppure, il senso profondo di un comportamento, desumibile dalla logica stessa dell’agire, come affermano i cattolici?
24 gennaio 2007. Il telegiornale di oggi sembra fatto a tema. La polizia indaga su ottocento sfruttatori della prostituzione ai danni di ragazze giovanissime provenienti dall’Est e dall’Africa. A Sassari, un gruppo di preadolescenti, condizionato probabilmente dai media, abusava da tempo di una bambina di nove anni. Un’inchiesta mette in risalto che oltre il cinquanta per cento degli italiani è convinto che ci troviamo di fronte ad un’emergenza educativa e che la principale agenzia formativa, la scuola, apparirebbe impreparata e talvolta demotivata. Il papa, nell’udienza del mercoledì, ricorda che non è lecito, a scopi commerciali, diffondere scene di violenza, banalizzare la sessualità, degradare l’immagine umana. E che occorre una mediazione culturale che abitui i ragazzi, indifesi di fronte al bombardamento dei messaggi negativi, a selezionare gli spettacoli...
La strage di Erba ci ha sconvolto tutti, generando in noi una miscela angosciante di raccapriccio, stupore, bisogno di capire. Ciò che più meraviglia nella coppia Romano, quella che, irrompendo con furia premeditata nell’appartamento degli inquilini del piano di sopra, ha sgozzato, a sangue freddo, una madre, la figlia, il nipotino, la vicina accorsa in aiuto, è come sia possibile uccidere con tanta freddezza e lucidità. Dopo la strage, i coniugi killer, si recano a cenare al McDonald e poi, per un mese, conducono una vita normale come se nulla fosse accaduto, sostenendo imperturbabili il loro alibi durante due giorni d’interrogatorio e crollando alla fine di dieci ore di pressione per cedimento di forze anziché per rimorso...