Leggere insieme, in versione integrale, un capolavoro della letteratura greca?
A cura di Benedetta Colella
Pubblicato il 10/08/2004
Il dolore perfetto di Ugo Riccarelli
Riccarelli ha un dono divino: sa scrivere. Le sue parole suggeriscono lontane melodie, le sue frasi si compongono di eufonie e armonie, la sua narrazione si articola veloce e lentissima come il caldo cantare di un aedo antico. Non ci sono parole roboanti, lessemi da vocabolario della Crusca, ostentazioni o provocazioni: nella pianezza del suo narrare, la mente si sperde ipnotizzata, senza quasi soffermarsi sui contenuti.
Eppure, la storia (o meglio
Si intersecano due storie, drammatiche e passionali in maniera eccezionale, ma così crudamente umane da commuovere e tormentare anche il lettore più duro. Da una parte c’è il sogno anarchico- socialista, fatto di tanti ideali e poca concretezza, che si sgretola, come i suoi propugnatori, nel fuoco di Bava Beccaris come tra le manganellate fasciste.
Il Maestro e la vedova, il cui amore vince la sfida contro i pregiudizi sociali, irradiano amore, vogliono trasmetterlo al popolo e generano una dinastia di sofferenti, che non sfuggirano ad una sorte infame per i nomi utopici di battesimo: Ideale, Mikhail (come Bakunin), Libertà e Cafiero.
Non più felice è l’epopea dei Bertorelli, commercianti per vocazione, ambiziosi e concreti per abitudine. C’è un refrain anche nella loro onomastica. Per nobilitarsi, impongono ai propri figli nomi epici, a cui non seguirà un destino benevolo. Anzi, in un rovesciamento dell’epica Telemaco vivrà in perenne attesa di un “figlio” violento e brutale, chiamato per antitesi Enea, che a sua volta ammazzerà Didone, mentre Ettorre dai molti figli vedrà come un Priamo la propria famiglia distrutta dalle brutalità della vita, e così via, mentre il mito rinfocola al contatto con la realtà.
C’è un terzo filone, rarefatto fino ad apparir fantastico: quello di Rosa, etereo personaggio su cui la morale si piega, e del figlio Sole, facitore di parole, Orfeo miracoloso, che vagabonda per il mondo verso un Oriente che mantiene i suoi segreti fino al silenzio mortale del gran parlatore.
Il tema di fondo è il dolore, perfetto sempre (di fronte all’imperfezione dell’attesa, della speranza, delle ansie) perché assoluto. Ogni nuovo lutto, ogni pedina della crudele scacchiera che è la vita riporta a cascata altre immagini, dolori antichi non ancora cicatrizzati e il coraggio dell’uomo viene sempre schiacciato dalla cieca prepotenza del destino beffardo.
I molti personaggi non sono dei vinti alla maniera verghiana, perché il loro dolore è comune ad una collettività incapace di resistere al flusso inarrestabile dei tempi e delle mode. Che storia, quella del romanzo! Si apre con i morti di Sapri, uccisi da quegli stessi contadini a cui si voleva donare libertà, si chiude con l’incidente aereo, logica conclusione dell’atrocità moderna. Troppo sangue, troppo dolore, verrebbe da obiettare a Ricciarelli, e sarebbe una ipocrisia. Il Novecento si è evoluto così, tra rivendicazioni sociali soffocate nel sangue, epidemie, prepotenze fasciste, livori e dolori di due guerre sanguinose e insensate.
Non sfugga l’inganno autobiografico: se Ricciarelli prende spunto davvero dalle vicende della sua famiglia, le rielabora e le modifica, piegandole alle ragioni narrative, come spesso ha sentito fare nelle lunghe rievocazioni in cui “raccontare la vita come piace a noi, e non alla vita”