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Pillole (rapidi flash sulle mie letture)

Firmino

A cura di Benedetta Colella

Pubblicato il 13/07/2008

La favola allegorica di Sam Savage, caso editoriale dell’anno

foto intervento

 

Sam Savage Firmino Einaudi, 2008 (pp.179)

Letto dal 7 all’8 luglio 2008                        Voto: 4

 

Abstract: Firmino è un topo nato in una libreria di Boston negli anni Sessanta. È il tredicesimo cucciolo della nidiata, il più fragile e malaticcio. La mamma ha solo 12 mammelle e Firmino rimane l'unico escluso dal nutrimento. Scoraggiato, si accorge che deve inventarsi qualcosa per sopravvivere e comincia ad assaggiare i libri che ha intorno. Scopre che i libri più belli sono i più buoni. E diventa un vorace lettore, cominciando a identificarsi con i grandi eroi della letteratura di ogni tempo. In un finale di struggente malinconia, Firmino assiste alla distruzione della sua libreria ad opera delle ruspe per l'attuazione del nuovo piano edilizio.

 

Breve commento: Le mie forti remore sul genere non mi hanno permesso di apprezzare né la freschezza dello stile né la successiva rappresentazione di un quartiere in degrado. L’inverosimiglianza della storia principale e l’inattendibilità dei pensieri di Firmino mi hanno a tratti annoiato.

 

Frasi estrapolate dal testo:

  • Se uno non desidera tornare a rivivere la propria vita, allora l’ha sprecata.
  • Io amo ogni genere di storia. Amo il suo modo di procedere: inizio, sviluppo, fine. Amo il lento accumularsi di senso, i passaggi ancora indistinti e vaghi dell’immaginazione, i percorsi tortuosi e intricati, le pendici boscose, gli spicchi d’acqua e i loro riflessi, le svolte tragiche e i comici incidenti di percorso.
  • Non serviva a niente spingere la mia coscienza a ingaggiare una battaglia che era destinata a perdere.
  • Definirla “rotonda” è stato, temo, troppo generoso. Era soprappeso, disgustosa; e la defatigante necessità di alimentare ogni giorno tutto quel grasso l’aveva resa intrattabile. Intrattabile e insaziabile. Pressata dalla voracità di milioni di cellule affamate, non c’era volta che non arraffasse la fetta più grande, anche se, già satolla, riusciva soltanto a rosicchiarne un po’ il bordo.
  • [Degli incipit in letteratura] Immaginavo quella prima frase come una sorta di grembo semantico ricolmo di embrioni gravidi di pagine non ancora scritte, piccole pepite rilucenti di genialità ansiose di venire alla luce.

 

 

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