"A SCIAVECA" DI MIMMO BORRELLI UN CAPOLAVORO

Incanta a Spoleto il nuovo testo del giovane drammaturgo di Bacoli.

Un”avventura della scrittura - scrittura su carta e
scrittura su corpo - un parto affebbrato e titanico
dell”immaginazione, più di uno spettacolo, un”esperienza
intraducibile, complessa e difficile, che ci fa scendere negli abissi
marini per raccontarci di cosa è capace l”uomo: ”A sciaveca2, opera
epica di Mimmo Borrelli (premio Tondelli 2007), ha debuttato con la
regia di Davide Iodice al Festival di Spoleto, in vista della
riapertura del San Ferdinando di Napoli, dove andrà in scena
dal 17 novembre al 7 dicembre.

A Bacoli, ”a sciaveca” è chiamata la rete da strascico
usata per la pesca sotto costa, che porta dal fondo alla superficie una
materia viscida fatta di fango ed alghe. E” fissando lo sguardo
nell”opalescenza di quel tessuto inorganico che Mimmo Borrelli (lo
stesso autore dell”osannato Nzularchia) ha chiamato in vita i
personaggi/ombre della sua tragedia in versi, opera leggendaria,
remota, che fa venire in mente l”Orlando Furioso” di Ariosto, “La
Tempesta” di Skakespeare tradotta da Eduardo e L”arte della gioia” di
Goliarda Sapienza, ma che al tempo stesso è capace di
starsene per conto suo, contemplando una umanità miserabile
che si esprime in una lingua inaccessibile. “A sciaveca”,
dieci canti e tremila endecasillabi, è recitata
in lingua flegrea).

Nella visione estatica di questo giovane scrittore napoletano che
sembra aver agito sotto la dettatura “automatica” di uno spirito
antico, gli uomini non sono fatti della stessa sostanza dei sogni, ma
di una materia melmosa, inestricabile. E se sogno è, non
è in un trama shakespeariana, ma in una luce lu- ciferina,
mercuriale”, che esso si manifesta.

Una luce che Davide Iodice ha intercettato profondamente, creando sulla
scena una sorta di balletto fantasma dove i corpi degli attori, le loro
voci, i suoni e gli oggetti naufragano a vista, costringendo gli
spettatori a nuotare dentro se stessi per non affondare in questa
“palude definitiva” (per dirla con Manganelli).

La trama è difficilmente sintetizza-bile. Si parla di
fratelli pescatori, di un terribile misfatto a cui ha partecipato anche
un prete, un peccato originario che si rivela pian piano, assecondando
il respiro tumultuoso di una scrittura accordata sui flussi dell”alta
marea. Metà uomini e metà animali, queste
creature vengono disegnate come degli anticristi. E nel suono da
gabbiano morente che esce fuori dal corpo dell”unica donna abusata
dagli ”uomini; Angela (l”intensa Floriana Cangiano), leggiamo il
sintomo più acuto di una violenza primigenia, che si
accompagna al bisogno soffocante d”amore. Per quanto disomogenea sul
piano della recitazione, l”opera di Borrelli (anche in scena nei panni
del “Mare Puparo”) e Iodice avanza come un mistero eleusino, portando a
galla le scorie di un mondo sepolto, i movimenti terrifici ehe agitano
il fondale umano-disumano dell”esistenza. Con una tecnica meta
immersiva metà straniante: un”opera dei pupi che invece di
cantare les chansons de geste, evoca a sè 1” orrore di
Kurtz (in Cuore di Tenebra), i fantasmi dell”Apocalisse.

ka.ip

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Pubblicato il lunedì 14 luglio 2008 in: Recensioni

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