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Linguistica

E ora, la parola al gene - di Michela Bertolani

A cura di Illyricus

Pubblicato il 06/01/2005

Il vero colpevole dei disordini del linguaggio sembra essere stato individuato: si tratterebbe di un gene, il Foxp2, implicato in prima “persona” nel corretto sviluppo del circuito cerebrale preposto al linguaggio e alla facoltà di parola...

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DIFFICOLTA’ A CONTROLLARE il movimento delle labbra e della lingua, difficoltà nel formare le parole, e difficoltà nell’uso e nella comprensione della grammatica: sono disturbi del linguaggio che affliggono molte persone fin dall’infanzia, e per i quali spesso – soprattutto in passato – si accusavano le mamme. Negli ultimi anni però il proliferare della ricerca in campo genetico ha allontanato dalle madri l’ombra del biasimo per qualsiasi cosa andata storta nei loro bambini. Così, anche il vero colpevole dei disordini del linguaggio sembra essere stato individuato: si tratterebbe di un gene, il Foxp2, implicato in prima “persona” nel corretto sviluppo del circuito cerebrale preposto al linguaggio e alla facoltà di parola, e non solo responsabile – come si è creduto finora – dell’interruzione di tale circuito, quando mutato. La scoperta, pubblicata su Nature della scorsa settimana, è opera di un team di ricercatori dell’Università inglese di Oxford, guidati da Anthony Monaco del Wellcome Trust Centre for Human Genetics.

Già Charles Darwin, nel 1871, aveva osservato che la straordinaria facoltà di linguaggio si manifestava nell’uomo fin dalla prima infanzia, e che la tendenza a parlare sembrava nei fanciulli un vero e proprio istinto. Anche Noam Chomsky, il noto filosofo e linguista americano, negli anni Sessanta aveva ipotizzato – insieme al neurologo Eric Lenneberg – che l’abilità di linguaggio propria dell’essere umano tuffasse le sue radici nella genetica. Chomsky infatti aveva notato come una struttura da lui ritenuta universale e complessa come il linguaggio venisse imparata dai bambini in modo rapido e senza istruzioni esplicite. Lenneberg, dal canto suo, aveva osservato come talvolta qualche fanciullo non riuscisse a sviluppare le stesse abilità, e soprattutto come questa mancanza si ripresentasse nel tempo all’interno della stessa famiglia.

Oggi, col termine di “disturbi specifici del linguaggio” si intendono tutti quei disordini che non possono essere imputati ad altre forme di malattia, come l’autismo, il ritardo mentale o la scarsa sensibilità uditiva. Ma le modalità di trasmissione ereditaria di questi disturbi si mostrano complesse e fino a tempi recenti poco si poteva dire sulle origini genetiche dell’affezione. Finalmente, negli anni Novanta, i ricercatori ebbero a disposizione gli studi compiuti su diverse generazioni di una stessa famiglia in cui il disturbo si presentava in quasi la metà dei membri. Il disordine veniva scoperto dagli psicolinguisti attraverso appositi test: gli individui con difficoltà di linguaggio tendevano a raggiungere punteggi più bassi sui test di intelligenza rispetto ai parenti “sani”, forse perché il codice verbale gioca un ruolo importante nella buona riuscita di molte prove. Ma qualche individuo affetto dal disturbo faceva comunque eccezione, raggiungendo punteggi pari o addirittura superiori, nei test di intelligenza, rispetto ai parenti sani. In tutti i membri “malati”, invece, le difficoltà motorie di bocca e lingua – come l’incapacità di articolare suoni vocali, o soffiare dietro comando – si accompagnavano a problemi nell’identificare suoni vocali basilari, nel comprendere alcune frasi, nel giudicarne la correttezza grammaticale o a riconoscere parole senza senso, abilità che un bimbo di quattro anni già possiede.

Ora, Monaco e colleghi hanno fatto compiere un passo avanti alla ricerca grazie alla scoperta di un'altra persona, estranea alla famiglia già studiata, ma che con quella famiglia ha in comune non solo i disturbi del linguaggio ma anche, sembra, il difetto genetico che li ha originati; difetto genetico da cercare, dunque, secondo il team di scienziati di Oxford, proprio nel Foxp2. L’esatta funzione di questo gene non è ancora chiara, come spesso succede in un campo relativamente nuovo di ricerca come quello della genetica. Tuttavia, il Foxp2 potrebbe aprire ora nuovi scenari sul fronte della ricerca futura; qualcuno lo illustra sempre su Nature Steven Pinker, del Department of Brain and Cognitive Sciences al Mit (Massachusetts Institute of Technology), Usa. Secondo Pinker, «se il Foxp2 si dimostrerà realmente necessario allo sviluppo della facoltà umana del linguaggio, si possono immaginare linee di ricerche future senza precedenti. Il confronto tra i geni umani e quelli degli scimpanzé e di altri primati, e l’analisi dei tipi e delle forme della variazione di sequenza all’interno della regione del Foxp2, potrebbe aumentare la nostra conoscenza di come evolve il linguaggio umano. Inoltre, l’esame della funzionalità del gene nel tessuto cerebrale del feto e dell’adulto potrebbe gettar luce su come il cervello umano si prepara per il suo ruolo futuro di elaboratore delle informazioni cognitive».

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