A cura di Elisabetta Sandri
Pubblicato il 08/08/2002
Niccolo' Ammanniti,1999. Edizione Piccola Biblioteca Oscar Mondadori, maggio 2000.
Una lettura da ombrellone? Non nel senso classico del termine, anche se qualche brivido non puo' che rinfrescare la torrida estate italiana. Non e' un libro recentissimo e qualcuno potrebbe storcere il naso confrontandolo con l'ultima produzione di Ammanniti (Io non ho paura, che sviluppa secondo me tematiche gia' affiorate con Ti prendo e ti porto via). Ma e' originale quanto contorto, ruvido e sorprendente.
Ho comprato il libro nella sua riproposta PBOM perche' mi ha affascinato il titolo.
Quanto e' importante un titolo? Ti prendo e ti porto via e' come certe fulminazioni ungarettiane, evocativo - va dal Principe Azzurro a Vasco Rossi - e ammiccante.
Lo stile e' tagliato in uno splatter brusco che talvolta si squaglia in poesia; Ammanniti costringe l'italiano in un vestito stretto, lo smozzica non appena si allarga sinuoso, cambia ritmo di continuo per trovare le corde giuste.
L'atmosfera incupita avvolge luoghi, personaggi, oggetti. Sempre sul punto di decollare per poi implodere. Fino all'esplosione finale, che lascia il lettore smarrito, confuso.
Che cosa si nasconde dietro la vita di un dongiovanni di provincia, di un ragazzino troppo serio, di un'insegnante che nasconde la sua vita e la sua bellezza dietro capelli troppo rossi? Vite ai margini, vite banali che si intersecano come milioni di vite nel mondo e raccontano la fatica di tutti i giorni.
Chi sono i perdenti di questa societa' che brucia in fretta i nostri sogni? Dove ci portano le fughe della paura di vivere? Ammanniti e' spietato con i fallimenti dei suoi personaggi e scava brutale nelle malinconie. Fino alle ultime parole, all'ultimo colpo di scena che chiude il cerchio e ritorna alla copertina con un rimando efficacissimo...