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By Latino di Taras66
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Latino di Taras66 guida dal 21-03-2000

Una tassa della SIAE per leggere i libri delle biblioteche.

Si profila all'orizzonte una tassa, un vero e proprio ticket sui libri che si leggono nelle biblioteche pubbliche. Sarà davvero perpetrata questa clamorosa ingiustizia ai danni di studenti e studiosi?

Si pagherà per leggere l

Si pagherà per leggere l'Eneide, o le lettere di Cicerone, o "Gli Sposi promessi" in biblioteca?

Cari amici,

una notizia che è passata quasi inosservata sui grandi fogli nazionali, eppure di portata tale da suscitare un senso più che umano di sgomento e stupore, è quella che riguarda una applicazione da parte della SIAE (Società Italiana degli Autori e degli Editori) di una tassa su ciascun libro letto in una delle nostre biblioteche pubbliche. Insomma, sarebbe come se mettessimo sullo stesso piano culturale una serata di discoteca, un ballo al Grand Hotel ed una visita in una biblioteca pubblica.

In verità questa tassa non è stata ancora applicata, ma vi sono molti buoni motivi per ritenere che la SIAE non rinuncerà a tale diritto scaturito da una decisione europea di qualche anno fa di imporre tale tassa per finanziare le biblioteche stesse.

 

Per avere una idea precisa dei termini della questione, basterà andare all'URL:

http://punto-informatico.it/p.asp?i=47107

Qui sono esposti in dettaglio i vari punti di vista, tra cui quello di alcuni editori.

In effetti è una notizia a dir poco scioccante, assurda, stupefacente! Immaginate quale effetto avrebbe su tanti studenti che si sforzano di non gravare sul bilancio familiare, sfruttando le sale delle biblioteche pubbliche, dove hanno la possibilità di accedere a costosi volumi depositati, a disposizione di chiunque abbia bisogno di accedere a testi magari rari, oltre che costosi?

Mettiamo il caso che uno studente debba consultare il testo, ovvero i testi (essendo opere in più volumi) delle Pandette, necessari a chiunque studi Legge.

Perché mai imporre questo balzello, che in teoria dovrebbe proteggere autori ed editori, ma che in effetti attraverso mille rivoli vanno a finire nei meandri degli uffici di varie amministrazioni italiane, la cui voracità è proverbiale?

 

Chiunque di noi abbia studiato all'università, ma anche durante il periodo liceale, spesso ha sentito il bisogno di rivolgersi ad una biblioteca per fare delle ricerche o per degli approfondimenti di italiano, di latino, di storia (parlo ovviamente della mia esperienza giovanile). La biblioteca comunale allora era il punto di incontro di parecchi studenti che, soprattutto vivendo in un periodo particolare (era il dopo guerra), quando la penuria di testi scolastici era tale che ci obbligava a fare salti mortali per attingere notizie, passi, commenti, articoli, saggi critici et alia, per documentarci e presentarci ai nostri docenti con una bagaglio culturaloe sufficientemente solido ai fini della nostra preparazione.

Ripeto, la biblioteca era allora la nostra ancora di salvezza. Ora c'è Internet, per fortuna, ad aiutare i nostri giovani con il suo immenso materiale disponibile e fruibile da tutti. Ma io ricordo anche con una certa nostalgia i tanti anziani e pensionati che andavano a ritrovare in biblioteca i loro amici di gioventù, che erano magari "La fine di un regno" del De Cesare, il teatro di Pirandello, le novelle e i racconti della Deledda, le epistole di Cicerone.

Non è che io voglia fare il catastrofista, ma mi sto rendendo conto che stiamo vivendo tempi strani, che vanno dal tragico al grottesco, ovvero dall'allegria più sfrenata dei riti carnevaleschi dei nostri incontri di calcio, alle immagini tristi e dolorose delle guerre, soprattutto quelle fratricide delle varie etnie africane in perenne lotta fra di loro.

E poi non manca l'ostentazione di una ricchezza, di un lusso esagerato di varie categorie di personaggi più o meno in vista, che fa a pugni con le immagini di vecchietti, pensionati che stentano a sopravvivere con la loro magra pensione. E tutti i giovani che vedono un futuro incerto davanti ai loro occhi, dove li mettiamo? Dove li sistemiamo, in Iraq forse?

Ma mi fermo, perché rischio di andare lontano con questi discorsi.

Cordialmente,

Vittorio Todisco