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Cinema, fiction e realtà storica

Giulio Cesare e la storia di Roma in Shakespeare

A cura di Taras66

Pubblicato il 26/03/2005

Il mondo antico ed i personaggi della storia greca e romana esercitarono un forte fascino su William Shakespeare. Lo testimoniano numerose opere della sua attività di scrittore in cui il tragediografo raggiunge i vertici dell'arte. Il "Giulio Cesare" è una di queste opere, tragedia di altissimo livello, dove il personaggio e l'ambiente romano sembrano usciti dalle mani di un autore latino autentico.

foto intervento

Siamo a marzo e la figura di Cesare domina la scena, sovrastando abbondantemente altri personaggi, altre ricorrenze pur importanti, quale S. Patrizio, per esempio. Cesare rimane il personaggio simbolo di questo mese, anche se legato ad un evento infausto: il suo assassinio.

Di Cesare si è parlato parecchio, ma tanto ancora rimane da dire e rievocare. Per esempio anche il teatro ha preso Cesare come personaggio chiave, come protagonista assoluto e chi, se non Shakespeare, avrebbe potuto affrontare una personalità tanto discussa, o un tema così impegnativo come la storia di Roma, o meglio, uno dei periodi più critici e convulsi che segna il tramondo della repubblica e l’avvio verso la monarchia e quindi l’impero?

Shakespeare, uno dei massimi geni della drammaturgia universale, nella sua luminosa carriera affrontò ripetutamente temi e personaggi storici, ispirandosi sia alla storia greca sia a quella romana.

La tragedia “Giulio Cesare” è appunto una di queste opere, alla quale si affiancano il “Coriolano” e “Antonio e Cleopatra”, che si può definire la trilogia  Personalmente ritengo la prima, l’opera in cui il genio di Shakespeare raggiunge vertici artistici ineguagliabili, grazie alla forza drammatica che vi spira ed alla straordinaria capacità di riprodurre scontri di sentimenti, di personalità, di passioni di un mondo lontano, eppur tanto a noi vicino. E’ appunto quel miracolo che solo l’arte, la vera arte sa produrre, cioè di suscitare reazioni e sentimenti nello spettatore, e soltanto i grandi artisti sono capaci di tanto. Ecco perché Shakespeare è un artista universale, al pari dei grandi tragediografi greci, Eschilo, Sofocle, Euripide.

 Il Giulio Cesare, bisogna sottolinearlo, ha avuto anche una versione cinematografica alcuni decenni fa, nel 1953, con una memorabile interpretazione di Marlon Brando. Ma vediamo quali sono gli aspetti più interessanti di questa tragedia. Anzitutto le famose unità cosiddette aristoteliche, croce e delizia degli autori di tragedie fino a tutto l’800, vengono ignorate del tutto. Infatti quando il nostro Manzoni presenta le sue due tragedie, l’Adelchi ed  il Conte di Carmagnola, nella sua famosa lettera a Mons. De Chauvet spiega come non sia possibile applicare sempre e comunque tali rigide norme, che costituiscono un autentico impaccio allo scrittore. Ed egli si rifà appunto all’opera shakespeariana, come esempio di libertà creativa di un autore. Il genio di un autore – ed è questa la tesi del Manzoni – non può avere dei limiti imposti dall’esterno, tanto è vero che egli stesso allorché si rende conto di essere osteggiato nella sua attività di scrittore, abbandona del tutto la produzione di tragedie. 

Ma veniamo ad alcuni dei punti salienti del Giulio Cesare. Se si pensa che Shakespeare non conosceva affatto l’italiano,  ma aveva invece qualche rudimento di latino, è straordinaria la sua capacità di ricreare l’ambiente e lo spirito romano rifacendosi soltanto ai testi di Plutarco, Appiano e Svetonio in traduzione inglese. Per i primi due atti, fino alla scena prima dell’atto terzo, la tragedia ha uno sviluppo molto graduale, fino al momento cruciale delle pugnalate inferte a Cesare da Bruto e Cassio. C’è nell’aria qualcosa che lascia presagire un evento spiacevole, come il sogno di Calpurnia, l’incontro di Cesare con l’indovino, la prima e la seconda volta, tutto il lavorìo dei congiurati.

E’ con l’atto terzo che la vis drammatica di Shakespeare ha libero sfogo, soprattutto con la scena seconda, quando si fa avanti Antonio con il dissimulato proposito di prendere in mano la situazione,  presentandosi come l’esecutore testamentario di Cesare, l’amico fidato del defunto dittatore.

Qui siamo nel centro della tragedia, in cui Shakespeare dà pieno sfogo a tutta la sua arte drammatica, ed alla eccezionale conoscenza della psicologia umana tutta espressa nel discorso che mette in bocca ad Antonio. E’ un discorso magistrale, carico di effetti,  chiaroscuri,  sottintesi, allusioni, allettamenti alla massa che vuole attrarre con il testamento con il quale Cesare aveva lasciato in eredità al popolo buona parte dei suoi beni.

Il discorso, devo dirlo, ha sempre suscitato una forte impressione sui miei alunni liceali, durante il mio insegnamento.L’esperimento l’ho ripetuto varie volte, sempre con lo stesso successo, e questa è una delle più grandi soddisfazioni ottenute nella mia carriera di docente.

Il testo italiano che io apprezzo di più è la traduzione di Cesare Vico Lodovici, sempre valida ed efficace ancorché datata. Il testo fu pubblicato per la prima volta negli anni ’60 nella collana NUE della Einaudi, con una introduzione di G. Melchioni e un’appendice di notizie storico-bibliografiche, ed in passato è stato  adottato in vari spettacoli teatrali e televisivi. Esistono anche altre traduzioni moderne altrettanto valide, come per esempio quella del Raponi per il sito “liberliber”, che ha il pregio di essere accompagnato da un utilissimo commento storico-linguistico. 

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