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Lingua latina

Il Latino nella preparazione dei politici americani

A cura di Taras66

Pubblicato il 17/12/2007

Un recente articolo di Harry Mount publicato sul New York Times affronta una tema abbastanza delicato, cioè quello della preparazione scolastica degli uomini politici e soprattutto dei presidenti degli Stati Uniti. Ne emerge che lo studio del Latino costituisce un motivo di vanto e orgoglio per un buon numero di personaggi di spicco della storia americana, passata e presente.

foto intervento

LA  PREPARAZIONE IN LATINO DEI POLITICI…AMERICANI

 

 

Un articolo pubblicato recentemente dal New York Times  del 3 dicembre 2007, dal titolo  A VOTE FOR LATIN, di Harry Mount (1), affronta un aspetto particolare della preparazione dei più noti personaggi politici americani, cioè chi sono i politici che hanno studiato latino durante gli anni di liceo.

 

“Di primo acchito – sostiene il giornalista – non è una tragedia che i nostri politici non abbiano mai studiato il Latino. Ma non è un pura coincidenza che la professionalizzazione della politica, la quale incoraggia la comunità dei politici a pensare all’istruzione come una semplice preparazione alla carriera – si sia evidenziata durante un’età di debole retorica, di scadimento dei valori morali, di preparazione linguistica alquanto zoppicante e un certo terrore dei riferimenti storici e dei valori eterni  intorno ai quali i Romani potrebbero insegnarci più di qualcosa.  Infatti essi stessi avrebbero potuto dirci, “Roma urbs aeterna; Latina lingua aeterna.” (Ovviamente tale giudizio critico risulterà chiaro soltanto agli americani e a tutti coloro i quali conoscono bene la storia del paese. Infatti un italiano qualunque lo giudicherà alquanto ambiguo e fumoso.)

 

 

Nessuno dei nostri candidati alla presidenza ha mai studiato il Latino in modo approfondito. Hillary Clinton ha studiato scienze politiche a Wellesley, come ha fatto Barack Obama alla Columbia. Rudy Giuliani ha avuto un leggero impatto con la lingua durante gli anni di Teologia alla Scuola Superiore .di Brooklyn dove egli fece il suo apprendistato per diventare sacerdote. Ma successivamente egli si perfezionò in Scienze Politiche.

 

Harry Mount passa poi ad analizzare la preparazione umanistica di vari presidenti americani soffermandosi in particolare su Thomas Jefferson e sulla sua ricca biblioteca personale basata essenzialmente sui classici latini e greci,  di cui Tacito, Virgilio e Omero erano i suoi autori preferiti.

 

Altri presidenti - in tutto 31 su 40 - ebbero una una formazione classica successivamente a Jefferson, molti dei quali con una preparazione ad alti livelli, come James Polk, laureatosi nella università della North Carolina, e James Garfield  il quale insegnò persino Greco e Latino nell’attuale Hirma College in Ohio. Teddy Roosevelt seguì studi classici ad Harvard, ma Anche  John F. Kennedy ricevette una istruzione classica, così come Richard Nixon. George H. W. Bush studiò Latino alla Phillips Academy di Andover.

Uno dei preferiti di Bill Clinton durante i quattro anni di latino alla scuola superiore di Hot Springs  è stato Cesare e la sua “Guerra Gallica”. George W. Bush  ha seguito le orme paterne studiando latino alla Phillips Academy  ma bisogna sottolineare che quando egli lasciò la scuola di Andover, lo studio del Latino in America ebbe un rapido crollo. Infatti, mentre nel 1905 il 55 % degli studenti studiò il latino, col 1977 solo 6000 studenti affrontarono l’esame di Stato di Latino.

 

Di recente, invece, vi sono segni evidente di un revival del latino al punto che il numero degli studenti che si è presentato all’esame di Stato di Latino è salito fino a 134.873. Qual è la conseguenza di questo successo?  Eppure noi sappiamo bene che i Romani non furono assolutamente dei modelli di virtù. Come del resto noi supponiamo che non tutti i 183.873 studenti vorranno seguire le orme di Jefferson.

 

Ed ecco le considerazioni centrali del giornalista, che riporto integralmente in inglese:

 

“…what they gain is a glimpse into the past that provides a fuller, richer  view of the present. Know Latin and you discern the Roman layer that lies beneath the skin of the Western world. And you open up 500 undred years

of Western literature (plus an additional thousand years of Latin prose and  poetry).

Why not just study all this in English? What do you get from reading the “Aeneid” in the original that you wouldn’t get from Robert Fagle’s fine translation, which came out just last year?

 

Well, no translation, however fine, can ever sound the way Latin was written to sound. To hear Latin poetry spoken smoothly and quickly is to hear a melliflous, rat-a-tat-tat language, the rich, distilled, romantic, pure, heady blueprint of its close descendant, Italian.”

 

Traduco:

Quello che essi guadagnano è la possibilità di uno sguardo nel passato che fornisce  una visione del presente più piena, più ricca. Basta che uno conosca il Latino perché sia in grado di discernere il sottofondo romano che giace sotto la pelle  del mondo occidentale. Scorri 500 anni di letteratura occidentale e nello stesso tempo ritrovi mille anni di prosa e poesia latina.

 

Dunque, perché non studiare tutto questo in Inglese? Ciò che uno apprende attraverso la lettura dell’Eneide in lingua originale non potrebbe apprenderlo attraverso la bella traduzione di Robert Fagle che è stata pubblicata lo scorso anno?

 Ebbene, nessuna traduzione, per quanto perfetta, può mai restituire il suono della lingua Latina in cui essa fu scritta. Ascoltare la poesia Latina letta con eleganza e ritmo  equivale ad ascoltare una lingua dolce, cadenzata, ricca, romantica, pura, con la stessa impronta della sua discendente prossima, l’Italiano.

 

L’autore dell’articolo passa poi alla conclusione affermando:

 

Con un po’ di storia Romana e un po’ di Latino in tasca, si è in grado di posare lo sguardo dappertutto, non solo sulla letteratura e la lingua, ma anche sulle radici classiche della struttura federata del nostro paese, sull’espansione del Cristianesimo in tutta l’Europa occidentale e successivamente in America e, infine  sul sistema di governo senatoriale.

 

Lo scrittore Alan Hollinghurst giudica  la gente che conosce i punti nodali della storia come gente in grado di  osservare il mondo come una sequenza di stanze: la Grecia apre la strada a Roma, Roma all’Impero Bizantino, al Rinascimento, all’Impero Britannico, all’America. Questo vantaggio si può conseguire in qualunque epoca. Per esempio Alfredo il Grande, re d’Inghilterra, il quale sapeva quanto fosse cruciale apprendere il Latino per diventare un capo di stato civilizzato, gli si avvicinò all’età di 30 anni. Sulla base di tali premesse si fonda la speranza che una nuova generazione di studenti – e di Presidenti – allo stesso modo riconosca che “ se Roma è la città eterna, il Latino è la lingua eterna.”

 

Di fronte ad una esaltazione talmente appassionata del Latino e della sua importanza,  ritengo che non si possa aggiungere altro.

 

(1)Harry Mount è l'autore del saggio “Carpe Diem: Put a Little Latin in Your Life.”

 

Vittorio Todisco

 

 

 

 

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