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Recensioni Cinema

Time

A cura di Enzo Prisciandaro

Pubblicato il 29/09/2006

Time, l’ultimo film del regista coreano Kim Ki-duk

foto intervento

Titolo originale: Time
Nazione: Giappone, Corea del Sud
Anno: 2006
Genere: Drammatico
Durata: 98'
Regia: Kim Ki-duk
Cast: Jung-woo Ha, Hyeon-a Seong
Produzione: Happinet Pictures, Kim Ki-Duk Film
Distribuzione: Mikado
Data di uscita: 25 Agosto 2006 (cinema)

 

L’amore ci fa statue o simulacri?
De – Persona: riflessioni fuori tempo massimo su “Time”, l’ultimo film di Kim Ki-duk
“…di quei che andavan nel palazzo errando,
a tutti par che quella cosa sia,
che piú ciascun per sé brama e desìa”
(Ludovico Ariosto, Orlando furioso, Canto XII)


Un anno, 12 mesi: un “modulo” perfetto entro cui il regista coreano Kim Ki-Duk ha incastonato, al suo tredicesimo film, un’altra estrema, barocca eppur rarefatta parabola sull’amore e i casi degli uomini in relazione al Tempo che passa. Seh-hee e Ji-woo sono un uomo e una donna: si danno appuntamento sempre nel solito bar, “Room e rumour”, un caffé e un bicchier d’acqua nell’attesa che lei arrivi. Vivono una storia d’amore minacciata dalla paura di See-hee che il suo compagno un giorno o l’altro possa stancarsi della sua solita faccia e l’abbandoni. A un certo punto la donna scompare, senza lasciar alcuna traccia di sé: si è rivolta ad un chirurgo plastico che l’ha trasformata in un’altra donna, della quale Ji-woo possa innamorarsi più intensamente. Devono trascorrere sei mesi, metà anno, due stagioni, prima che l’uomo possa incontrarla nel solito bar e fatalmente innamorarsi di questo nuovo simulacro della sua donna. E così accade. Ma il pensiero della vecchia Seh-hee rimane come un fantasma, impressionato nelle trame di questa nuova storia per non farla decollare. Quando Ji-woo finalmente scopre la verità, in un coupe de théâtre in cui la donna indosserà una vera e propria maschera della sua vecchia faccia per palesarsi, decide anche lui di farsi operare per ricomparire dopo sei mesi. Seh-hee allo scadere del tempo, dell’anno solare dal principio del racconto, cercherà in ogni volto maschile un segno che possa farle ri-conoscere la presenza dell’amato.
Ma il percorso di questa sua ricerca risulterà vano e fitto di inganni. Dopo che anche il racconto sembra aver percorso al suo interno tutte le “forme” possibili, dal comico al drammatico, dal teatrale al melodrammatico; il finale si schiude nel grottesco, il “mostro” bifronte che riunisce il comico ed il tragico: al termine di un vero e proprio labirinto di volti e presenze maschili, la donna si ritroverà a piangere e ad abbracciare il volto sfigurato di un uomo vittima di un incidente automobilistico. L’inizio del film è poi identico al finale: una donna con la mascherina esce da una clinica di chirurgia plastica, con sottobraccio una fotografia della sua identità precedente, “Do you want a new life?” è la fatale domanda che attende il visitatore all’entrata. Ma chi è questa donna? E’ sempre Seh-hee? L’inquadratura questa volta si allarga fino a perdersi nel totale di una folla di volti che popolano, anonimi, le strade di una megalopoli orientale. Sui titoli di coda, i rintocchi amplificati di un pendolo si confondono ad un battito cardiaco.
Sono numerosi, a mio avviso, i simboli e le corrispondenze che legano quest’ultimo film di Kim Ki-Duk alla sua precedente produzione: in diverse scene il protagonista maschile appare nel suo studio, con in bella vista il poster di “Wild animals” (1997), intento a montare alcune scene di “Ferro3” (2004), altro film del coreano, di cui “Time” sembra essere la copia al negativo. Il tema cruciale del film è espresso nei termini di un paradosso: affrontare una transizione estrema (il cambio di volto, una traslazione continua d’identità) per paura di una transizione naturale (quella del tempo che passa, che tutto cambia e tutto livella per via del suo procedere ciclico). “Il tempo mi faceva paura, il tempo che cambia ogni cosa”, tenterà di spiegare ad un certo punto la protagonista al suo attonito amante: la storia d’amore delineata nel film sembra essere la rappresentazione paradigmatica di una continua lotta tra il bisogno - umano troppo umano - di essenza, di unicità e l’interscambiabilità - pure umana - dei volti, delle persone, delle passioni… “del resto, sono un uomo!” è il leit-motiv che il protagonista maschile si ripeterà, quasi fosse una marionetta, ogni volta che tenta un approccio sessuale con un’altra donna che non sia la sua Seh-hee.


Tanto questo film si presenta verboso e zigzagante, nella sua proliferazione di dialoghi teatrali (la location principale è un bar che si chiama “Room and rumour” laddove in “Ferro3” era “la casa vuota”), quanto “Ferro3” appariva ermetico e rarefatto nel suo procedere, in levare, verso l’essenza magica del suo racconto, sospeso tra realtà e sogno.
E pure, come in “Ferro3”, i reali momenti in cui la presenza dell’amato si afferma con maggior forza sono proprio nei due speculari periodi di attesa tra un intervento chirurgico e l’altro: due volte sei mesi, vale a dire un anno, in cui la presenza dell’amante può palesarsi unicamente come puro sguardo che segue, in attesa di un “corpo”, la vita dell’amato (e ne ostacola, grottescamente, le imprese sentimental - sessuali).
Uno scenario ricorrente, molto simbolico, scelto dal regista è il magnifico parco delle sculture di Baemigumi, situato sull’isola di Mo, 40 km a ovest di Seul, dove sono collocate le statue dello scultore coreano Lee Il-Ho, rappresentazioni metafisiche dell’amore e della metempsicosi. Ed effettivamente numerosi sono i riferimenti nel film all’arte contemporanea, da Magritte a Schiele, al Surrealismo, al Cubismo.
La statua del parco che attira maggiormente l’attenzione della protagonista femminile rappresenta due amanti che perdono i propri confini corporei in unico abbraccio, messa “in forma” del mito platonico delle due metà separate in origine che tentano, come amanti, di ricongiungersi e di ritornare uno. “Sembra una nuvola” sarà il commento di Seh-hee: ancora uno slittamento, un cambio di “forma”, la rivendicazione di uno strenuo bisogno di di-sparire continuamente entro i propri confini per diventare “altro”, nell’estremo disumano tentativo di sfuggire alle maglie del Tempo che tutto muta e tutto rende uguale a se stesso, nella sua perenne ciclicità.

 

( articolo di Anna Benedetto )

 

 

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