Il Teatro e il Male

Il Teatro nella Visione di Genet e Artaud

Il Teatro e il Male
oppure
I segni più sordidi mi si cambiarono in segni di grandezza

“Come spazio di rappresentazione che una comunità si crea, il teatro, nella visione di Genet e di Artaud, aspira a ritrovare il suo ruolo perduto: la messa in scena, degli enigmi della condizione umana”
“Théâtralement, je ne sais rien de plus efficace que l’élévation. […]. J’ai parlé de communion” 1, afferma il drammaturgo Jean Genet ( foto a sinistra ). Ma, in una ballata di opposti, il teatro è al tempo stesso clownerie, è un atto derisorio, tutto ciò che resta quando non resta niente, come dicono i neri di Les Nègres.
Il teatro di Genet non ha nessuno scopo terapeutico o didattico e non mira a cambiare l’essere, a condizionarlo, ma spinge lo spettatore a scoprire in se stesso ciò di cui egli prima non supponeva l’esistenza. L’opera drammatica non ha, in questo caso, la funzione di insegnare una morale - la divergenza da Brecht è su questo punto netta - ma conduce lo spettatore a vivere un’esperienza spirituale che lo porta




a reagire e soprattutto a prendere coscienza di quello che egli è.
Avviene dunque una catarsi ma non nel senso aristotelico del termine.

La purificazione non consiste nel togliere allo spettatore ciò che fa parte di lui, ma nel rivelare, come la peste di Artaud ( foto a destra ), la parte dimenticata dell’essere, l’energia che è in fondo a ogni individuo spettatore e di cui egli non è consapevole.
Ma come deve avvenire la risoluzione? La scena deve essere tramite di aggressione, mezzo che porta a una catarsi negativa: “nessun problema esposto dovrebbe essere risolto nell’immaginario […], al contrario, il male deve esplodere in scena, mostrarci nudi, lasciarci quanto più è possibile smarriti e senza risorse se non in noi stessi” 2. Perché “è in te stesso che in qualche minuto lo spettacolo ti cambia”. Il dramma ha il potere di rivelare il sé al sé, all’attore come allo spettatore: “vado a teatro per vedermi sulla scena […] come non saprei – o non oserei – vedermi o sognarmi, e come tuttavia so di essere” scrive Genet in Comment jouer Les Bonnes.
L’obiettivo è già di Artaud “noi abbiamo bisogno di azioni vere, ma senza pratiche conseguenze. L’azione teatrale non si estende sul piano sociale e ancora meno sul piano morale e psicologico” 3. L’arte deve superare la falsa alternativa utile/dilettevole e rivolgersi all’uomo per cambiarlo: “il teatro deve attingere alle regioni profonde dell’individuo e creare in lui una specie di alterazione reale, per quanto nascosta, della quale percepirà le conseguenze solo più tardi” 4. Un riscontro di questo tipo di attitudine lo rivela Genet in Journal de Voleur: “Lentamente mi sforzavo di considerare questa vita miserabile come una necessità voluta. Non cercavo di farne un’altra cosa, da quello che essa era; non cercavo di nasconderla o mascherarla, ma al contrario volevo affermarla nella sua precisa abiezione e i segni più sordidi mi si cambiarono in segni di grandezza”.
L’artista deve essere capace di andare fino in fondo a se stesso, fino al paese del mostro, capace di maledirsi, per potere accedere a una certa verità, a quelle verità che “on ne peut pas”, secondo la Madre, “mener jusqu’à leurs extrémités” 5. Ma l’artista o il poeta, precisa Genet nell’Avvertissement à Le Balcon, non hanno il compito di trovare la soluzione pratica del problema del male. “Essi debbono accettare d’essere maledetti. L’opera sarà un’esplosione attiva, un atto partendo dal quale il pubblico reagisce, come vuole, come può. Se nell’opera d’arte il bene deve comparire, ciò deve avvenire a causa della grazia che possiedono le potenze del canto, il cui vigore, ed esso soltanto, saprà esaltare il male presentato”.

( articolo di Serena Gatti )

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Pubblicato il martedì 07 novembre 2006 in: Teatro & Segnalazioni

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