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Scenotecnica, tecnica del Palcoscenico

Scenotecnica, dal foyer al palcoscenico,

A cura di Enzo Prisciandaro

Pubblicato il 08/01/2007

Un viaggio alla scoperta dei luoghi emblematici di un Teatro. Un modo di vederlo e conoscerlo con gli occhi di un tecnico della scena.

foto intervento

Entriamo in un teatro all’Italiana spingendo la porta a battente che dall’atrio d’ingresso, il foyer, dà sulla platea. Una serie di poltrone, quasi sempre di velluto rosso, digrada verso il palco. Alzando lo sguardo ci vediamo circondati dagli ordini di palchi che si affacciano sulla sala dalla galleria. In alto, il loggione: la galleria senza posti numerati dove prendono posto coloro i quali non hanno trovato posto in platea, o che non vogliono starci affatto. Il loggione, soprattutto nel teatro d’Opera, è il luogo prediletto dai melomani, che sostengono sentire molto più nitidamente il suono dell’orchestra e delle voci proprio da lassù.
Sopra alle poltrone della platea splende il lampadario del Teatro, che si spegne lentamente quando si dà inizio alla rappresentazione. Alcuni teatri non l’hanno più, altri invece hanno lampadari mitici, di cui si sa peso, circonferenza, numero di gocce di cristallo, storia, aneddoti. Il plafone del lampadario della Scala, ad esempio, è abbastanza spazioso da contenere i seguipersona (i proiettori guidati dai tecnici, detti anticamente “occhio di bue”). Il sito per visitare questo palcoscenico mitico è: www.teatroallascala.org.
Procedendo verso il sipario, ci imbattiamo nella ringhiera della buca d’orchestra, detta anche “golfo mistico”. La buca è generalmente più bassa del piano di platea, anche perché altrimenti le luci dei leggii e i movimenti degli orchestrali disturberebbero la visione dell’Opera. Naturalmente, se la rappresentazione a cui si assiste è un concerto, l’orchestra suonerà sopra il palco, oppure sopra la buca d’orchestra rialzata. Quasi tutti i pavimenti delle buche d’orchestra dei teatri più grandi sono motorizzate e hanno la possibilità di sprofondare al di sotto del pavimento della platea, così come di elevarsi fino a raggiungere il livello del piano di palcoscenico.
Eccoci arrivati davanti alla cortina di velluto del sipario, la divisione tra pubblico e addetti ai lavori (artisti compresi) del teatro. Ovviamente parliamo di velluto per convenzione: il sipario può essere di qualunque materiale. Il muro che circonda il sipario e che incornicia lo spazio scenico è detto arcoscenico e rappresenta la linea di demarcazione tra sala e palcoscenico.
Davanti al sipario e subito dietro all’arcoscenico, si trova l’arlecchino, una mantovana dello stesso tessuto del sipario, che ne incornicia la parte superiore, anche per delimitare lo spazio scenico ed evitare che lo sguardo dello spettatore possa intravedere corde e manovre che movimentano la scenografia, una volta apertosi il sipario.
Il sipario si può aprire sulla scena in varie maniere: alla greca, cioè dividendosi in due lembi che scompaiono a destra e a sinistra, dietro all’arcoscenico; alla tedesca cioè sollevandosi verticalmente in un unico lembo; alla francese, cioè arricciandosi verso i due angoli in alto dell’arcoscenico; all’Italiana o all’Imperiale, cioè unendo il movimento in diagonale verso l’alto del sipario francese a quello verticale del sipario alla tedesca.
Nel prossimo capitolo varcheremo la linea del sipario per addentrarci sul palcoscenico. La lezione di oggi è: destra e sinistra sul palcoscenico italiano, si intendono sempre dal punto di vista del pubblico, mai viceversa. Vietato sbagliare!

 

( articolo di Benedetta Dalai )

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