Guardi la Tv?
A cura di Enzo Prisciandaro
Pubblicato il 16/02/2007
Quando il teatro diventa uno strumento mistico ed esplora l’inesprimibile
Un attore in scena per compiere un gesto non imita la vita, se lo fa, il suo gesto non arriva al pubblico.
In teatro, dice un mio maestro, “ogni cosa si fa con un’altra cosa”.
Eduardo De Filippo, per dire di un grande, era capace di stare in scena tutto in intero atto, in “Sabato domenica e lunedì” e non dire una battuta, ma calamitare gli sguardi di tutta la platea.
Era talmente intensa la sua “presenza” da esprimere con i suoi gesti, lenti, studiati, lo stato emotivo del personaggio.
L’attore è una specie di alchimista in cerca della pietra filosofale, si avvicina sempre più alla trasformazione della pietra in oro, a volte ci riesce, come nel caso di Eduardo.
Un attore è alla continua ricerca della verità, NON della realtà. Non c’è realtà in scena, ma la verità si.
Sergio Castellitto confessò di aver dato una delle migliori prove della sua vita, in una scena drammatica, perché era preoccupato che il carro attrezzi portasse via la macchina del padre, che lui, nella fretta di arrivare alle prove, aveva lasciato in doppia fila!
Ricevette i complimenti del regista. Sergio, per tutto il tempo, non aveva fatto altro che pensare alla rabbia del padre alla notizia chela macchina fosse stata portata via per colpa sua!
Per questo è importante cercare la verità, non riprodurre la realtà, in teatro.
E come si può muovere l’anima, propria, degli spettatori?
Muovendo un pupazzo è quasi più semplice. Le emozioni che dobbiamo allestire non sono le nostre, di poveri mortali, ma qualcosa di sovrumano, di “divino” direbbe Gordon Craig.
A quel punto, non siamo più noi a muovere il pupazzo, ma il pupazzo a muoversi, usando noi.
E una forma d’impossessamento, di tranche interpretativa, che ho provato in questi giorni, nel mio ultimo spettacolo.
Il personaggio che muovo è un uomo, adulto, alcolizzato,un ribelle, lo spettacolo, capirete, è drammatico, io sono una donna, astemia, decisamente di temperamento allegro, eppure riesco a tirar fuori delle cose, attraverso questo pupazzo, che non so di contenere, una sorta di memoria ancestrale.
Ecco. Ritrovo la radice culturale del teatro.
Un rito collettivo, in cui le persone che vi assistono, partecipano a qualcosa di intenso, emotivamente captivo, che cattura l’attenzione.
Anche se non parla, se il pupazzo è nell’atto di ascoltare è “presente”, quella presenza intensa indispensabile a fare del teatro una cosa magica ed effimera, che vive per sempre nella memoria di chi ha assistito al rito… inesprimibile!
( articolo di Susanna Gianpistone )
Visita il sito: http://www.susannagianpistone.it/