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Arte e Filosofia

Meta-morfosi: Oltre la morfologia del ricordo

A cura di Enzo Prisciandaro

Pubblicato il 30/03/2007

Claudia Catalli al suo esordio letterario si cimenta con un noir onirico, intrecciando una narrazione fluida ed elegante con riflessioni filosofiche sui grandi temi dell’esistenza. Un interrogativo percorre le pagine del testo: è possibile smemorare il passato o il ricordo è, come dice Nietzsche, una ferita in suppurazione?

foto intervento

Non ci si sa liberare da nulla, non si sa venire a capo di nulla, non si sa respingere nulla,- tutto ferisce. Uomini e cose si avvicinano con invadenza, le esperienze colpiscono troppo a fondo, il ricordo è una ferita in suppurazione.


F.W.Nietzsche “Ecce Homo”

 

 

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Claudia Catalli

Claudia Catalli, al suo esordio letterario, ci ha regalato un testo denso e sintetico (con la prefazione di Walter Veltroni e la nota critica della docente Fiorella Bassan), le cui epigrafi, come squarci di luce, ci interrogano, spalancando un orizzonte filosofico ed offrendoci una possibile chiave di lettura. La giovanissima scrittrice, sulla scia di Derrida, scrive senza vedere “non con gli occhi chiusi, ma aperti e disorientati nella notte; o di giorno, al contrario, con gli occhi fissi su qualcos’altro guardando altrove..”; prende vita così quel noir onirico che “oltrepassa tutte le frontiere dei sensi”, il cui “essere-in-potenza è allo stesso tempo visivo e auditivo, motorio e tattile.”
In una corrispondenza d’amorosi dis-sensi, i personaggi sospesi in un’aura metafisica, si tradiscono l’un l’altro senza colpe, inscenando una Erotofo(-a)nìa acronica con le sue funamboliche per-versioni, in una ingannevole parvenza di occasioni perdute: la verità si confonde “in filamenti di DNA sconnessi, dove tutti” sono “figli e amanti di tutti, carnefici e vittime di una folle spirale di delirio allo stato puro”. Nell’ansia spasmodica di essere sempre se stessi e qualcun altro si ritrovano, parafrasando Pessoa, aerei e sfaldati senza aver avuto una realtà, fra i sogni di chi non ha saputo completarli; rifiutano la vita reale come una condanna ed il sogno come una liberazione ignobile e tuttavia vivono la parte più sordida e più quotidiana della vita reale e quella più intensa del sogno.

Vi è un gioco di specchi, una moltiplicazione ironica e mistificatrice di maschere nel gorgo profondo di significati: d'altronde “tutto ciò che è profondo ama la maschera” era solito dire Nietzsche. Così la promettente Claudia, con spirito di finezza, riesce a cogliere il gioco di luci ed ombre dell’esistenza in una vertiginosa tensione verso approdi mitici. Una slogatura psichica, destinata a crescere, percorre le pagine fino a quando la passione viscerale, armonia spietata che ri-suona in noi senza poter essere dimenticata,

Fernando Pessoa

Fernando Pessoa, "Dormo il mio ricordo come fosse meditazione infinita"

diviene belvedere sulla Morte. La vita e la morte si rincorrono in una ossessiva circolarità, ma la morte e la sua concava riottosità si concedono meno della vita e della sua avvolgente convessità. La vita, quindi con tutto il suo carico di sofferenza, è superiore alla morte che subentra al dolore quando ormai è troppo tardi. I personaggi, paesaggi invisibili di un percorso noto, soffrono perché troppo legati al passato; la vividezza del ricordo toglie linfa a tutti i loro gesti: dormono, per dirla nuovamente con Fernando Pessoa, “sul lato sinistro” e sentono “l’esistenza oppressa del cuore”.
Sorge quindi fulmineo, inaspettato, un interrogativo inghiottito dal nulla: possiamo, sfiorati dal bacio di Mnemosine, scordare il ricordo, svegliarci dall’essere svegli?
E’ possibile smemorare il passato, specie se dal retrogusto amaro, oppure i giochi sono truccati ed il cambiamento dei protagonisti è effimero, ossia un procedere sur-place, suo anagramma infinito? Per scoprirlo basta farsi trasportare nelle geometrie abissali di “Metamorfosi”, una perla vibrante, che scuote l’anima in un oceano di sensazioni contrastanti, dando scacco matto alle certezze banalmente rassicuranti; il libro, transito di anime diverse ed esso stesso in transito verso l’infinito onirico, è un frattale cangiante dal finale ancora tutto da scrivere, omaggio all’intersoggettività della scrittura, di cui ne è tangibile testimonianza, tessendo il filo di una fulgida speranza.

 

( articolo di Erika Eramo )
 

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