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Arte e Filosofia

Durer e l'Italia: Il Pathos della distanza

A cura di Enzo Prisciandaro

Pubblicato il 02/04/2007

Alle Scuderie del Quirinale la mostra dal titolo “Dürer e l’Italia”: per la prima volta verrano esposti i quadri dell’artista tedesco insieme a quelli dei pittori italiani all’insegna di una reciprocità d’ispirazione. Centrale risulta essere il concetto di appassionata impassibilità, chiave di lettura per capirne l’intera opera.

foto intervento

Foto a lato: Albrecht Dürer, “L’Adorazione dei Magi”, 1504; olio su tavola
Firenze, Galleria degli Uffizi

La mostra “Dürer e l’Italia”, curata da Kristina Herrmann Fiore ed ospitata nelle Scuderie del Quirinale, rende omaggio ad un artista che ha offerto alla storia del nostro paese una ricchezza di stile e di bellezza senza pari: una reciprocità d’ispirazione sembra legare Dürer all’Italia, come si evince soprattutto dalle prestigiose opere della Galleria degli Uffizi. Nell’esposizione splendono i lavori a tema religioso, tra cui “L’Adorazione dei Magi” ed il “Compianto su Cristo morto”: vi è un accostarsi alla sacralità da un punto di vista più umano e popolare. Dürer, primo ambasciatore del Rinascimento Italiano in Germania, tradusse col termine “Wiedererwachsung” il concetto di “Rinascimento” coniato a suo tempo da Petrarca, confermando di essere pienamente cosciente dell’importanza di questo processo storico, da lui definito “ricrescita di tutte le arti realizzate dagli italiani negli ultimi centocinquant’anni dopo che erano rimaste nascoste per un millennio”.

Antonio Pollaiolo, “Ercole e l’Idra”, 1470; olio su tavola
Firenze, Galleria degli Uffizi

Appresa l’arte del bulino (uno scalpello utilizzato per particolari incisioni) lavorando l’oro, partì per Venezia alla ricerca del felice connubio di contenuto e forma proprio del Rinascimento. L’ossimoro che meglio si addice al suo genio è quello di “appassionata impassibilità”: la serena, armonica cromìa dei dipinti irradia al contempo distacco intellettuale ed un trascinante ardore. L’ “insuperabile ingegnere”, come lo definisce il suo storico più accreditato, Erwin Panofsky, opera sempre nel segno dell’ethos, in una cultuale ricerca del vero, non nascondendo le angosce esistenziali dietro facciate idealizzanti, ma riportando fedelmente ciò che vede: “il ritratto deve captare la vita e la verità della persona senza ometterne le più piccole rughe”.
I quadri del pittore tedesco vengono confrontati con quelli di Mantegna, Pollaiolo, Bellini, Leonardo e Raffaello. Come spiega la curatrice della mostra: “Da una parte le teorie artistiche e l’arte italiana contribuirono in modo fondamentale alla formazione della specificità dello stile di Dürer, mentre dall’altra, attraverso la diffusione delle sue famose stampe e pubblicazioni, egli offrì agli artisti del Cinquecento e del Seicento una ricca miniera di ispirazioni, diventando uno dei pilastri della cultura figurativa italiana”. E’ significativo che rappresentanti di campi opposti, quali il Caravaggio ed il Carracci, considerino la grafica del Dürer esemplare nella resa della natura.
L’iconografia düreriana consente svariate interpretazioni: “Melencolia I” ad esempio continua ad apparire l’immagine polisemica per antonomasia, caricandosi nel tempo di nuovi e più complessi significati. Così viene superbamente descritta dal poeta tedesco Gottfried Benn: “Il genio senza sonno, sulla nuda pietra, coronato di una pazienza priva di attese, il gomito

Albrecht Dürer, “Melencolia I”, 1514; incisione a bulino
Firenze, Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi

poggiato sul ginocchio, la gota sorretta dal pugno, in silenzio, mentre attende alle sue opere visibili e a quelle segrete, finchè il dolore è risonato, la misura è colma e le immagini da lui create accedono al pallore della perfezione”. La Melanconia, metafora dello spirito saturnino e/o della prima fase (nigredo) dell’Opus alchemico nel processo di trasformazione della materia, è quella condizione dell’animo che può spingere l’uomo razionale oltre la certezza del proprio essere, sul crinale della follia. Tutte le immagini düreriane si collocano infatti sul limitare di questa possibilità, sulla soglia antinomica di ragione-passione.

Questa esposizione è, dunque, un omaggio dovuto ad un maestro di eccezionale eclettismo tecnico. Come ricorda Antonio Paolucci, presidente della Commissione Scientifica delle Scuderie del Quirinale, “sul colle più alto di Roma, prende forma il teorema che ha appassionato generazioni di intellettuali..arte italiana e arte tedesca, Norimberga e Venezia, Raffaello e Dürer, il genio di due popoli che si cercano, si contaminano, l’uno nell’altro si rispecchiano e senza i quali l’Europa che conosciamo, semplicemente non esisterebbe”.

 

Articolo di Erika Eramo

 

 

 

 

 

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