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By Lavorare nello Spettacolo di Enzo Prisciandaro
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Lavorare nello Spettacolo di Enzo Prisciandaro guida dal 14-09-2006

Il Magnetismo magico dell'Africa di Lilanga

L’Africa magica, surreale e colorata approda al Museo Hendrik Christian Andersen con la personale del tanzanese Lilanga, massimo artista africano recentemente scomparso, dal titolo: “George Lilanga di Nyama, Opere Scelte 1970-2005”. Del pittore e scultore, ribattezzato “il Picasso d’Africa”, sono in esposizione oltre 100 opere.

foto intervento

La mostra “George Lilanga di Nyama, Opere Scelte 1970-2005” - progettata dalla National Gallery di Firenze e sapientemente curata da Luca Faccenda e Marco Parri- presenta oltre cento lavori che partono dagli esordi ed arrivano all’ ultimo periodo pittorico del massimo artista africano di arte contemporanea. Lilanga, ( nella foto a sinistra il quadro: “Aspetta, Non ricordo quando dobbiamo partire”, 2003), antesignano del graffitismo, ribattezzato dalla critica “Picasso d’Africa”, riesce a catturare, attraverso il sottile magnetismo dei colori, l’attenzione dell’osservatore. Nato in Tanzania nel 1934, Lilanga, fin dagli anni Settanta, ha messo a punto un suo stile inconfondibile fatto di immagini che appaiono come prive di ossatura ed in continuo movimento: una tecnica che l’artista apprese frequentando la scuola Tingatinga.

 

Ci racconta una nuova identità africana, lontana dallo stereotipo della schiavitù e della miseria, soffermandosi piuttosto su temi ludici e leggeri: il messaggio è che la vita può essere bella se non la si prende troppo sul serio. I titoli ironici delle sue opere -“Dopo aver ricevuto le diverse notizie, la famiglia è rimasta sorpresa”, “Aspetta, non ricordo quando dobbiamo partire”, “Sono in attesa della spesa del supermercato”, “C’è una parola, ma l’ho dimenticata”- sono stati assorbiti dalla letteratura africana fino a diventare un vero e proprio slang in voga tra i giovani. Tutto ciò e l’essere stato l’ispiratore del newyorkese Keith Haring, sottolineano la straordinaria influenza di questo artista venuto a mancare il 27 giugno 2005. I soggetti raffigurati nella pittura di Lilanga sono “Shetani”, folletti irriverenti che riproducono nel loro dinamismo la spiritualità degli antichi Makonde, ritratti nelle situazioni quotidiane e descritti in movenze che sembrano originate dall’energia di una molla e dunque in procinto di modificarsi continuamente.

La Dea delle Banane

 

Nel corso del tempo l’artista cambia le raffigurazioni di questi spiritelli burloni: quelli degli anni ottanta si muovono secondo uno schema concentrico, mentre in seguito le stesse figure verranno semplificate. Del resto la grande quantità di commesse ricevute spingeva obbligatoriamente l’artista verso una semplificazione degli schemi e dei temi trattati a vantaggio del tempo impiegato per dipingerli. La fama crescente lo aveva portato a dipingere dalle poverissime pelli di capra, alle grandi tele e faesiti fornite dalla committenza mercantile americana, giapponese ed europea, passando in seguito ad utilizzare la masonite. Lilanga è stato paragonato per lo stile rivoluzionario al profeta dell’art brut, Jean Dubuffet: parafrasando una celebre affermazione di Paul Valéry si può dire che egli “porti il proprio corpo al mondo”, non agendo in maniera astratta, ma calandosi nelle cose. Solo negli ultimi vent’anni si è cominciato a comprendere la sua energia intellettuale, la sua straordinaria modernità e comunicatività: in lui le due componenti della scrittura e delle immagini non sono separate come in Occidente, ma si rafforzano a vicenda, confluiscono l’una nell’altra ed ogni altro ingrediente contribuisce a questo fine di narrazione o comunicazione totale.

 

Il colore prima di tutto è investito del compito di rafforzare e rendere nette le sagome delle icone, magistralmente rilevate proprio dalla sgargiante veste policroma. Nell’artista africano viene a saltare un’altra distinzione tipicamente occidentale, cioè il confine tra pittura e scultura: unifica infatti, come scrivono Faccenda e Parri, “la rappresentazione della pittura alla plasticità della scultura in una sola visione”. Le figure su tela sono pronte a prendere corpo e volume per andare ad occupare uno spazio concreto, sempre però all’insegna della reversibilità, per cui in ogni momento possono rifluire nella superficie, come se le improvvise incursioni nella terza dimensione fossero state solo il parto fruttuoso di un sogno ad occhi aperti.

 

( articolo di Erika Eramo )