Guardi la Tv?
A cura di Enzo Prisciandaro
Pubblicato il 01/06/2007
Oltre la danza, oltre il teatro, in un terreno fertile di esplorazione e ricco di contenuti, il teatro fisico sviluppa idee superando vecchi codici e creando nuovi linguaggi.
Nasce intorno alla metà degli anni Ottanta e non è vera e propria danza contemporanea come eravamo abituati a pensarla, con le sue composizioni disorganiche, le sue musiche sperimentali e le tematiche attuali o interiori. E’ il Physical Theatre, che vede nel Teatro un luogo ideale dove miscelare generi e linguaggi innovativi alla ricerca di significati chiari e al tempo stesso stimolanti, curiosi.
La compagnia che maggiormente lavora in questa direzione è inglese e si chiama DV8 (www.dv8.co.uk) ed ha raggiunto negli anni un’audience sempre maggiore grazie ad una serie di propositi ben precisi e attraverso un costante lavoro di ricerca e sperimentazione.
Guidati da Lloyd Newson, danzatore e coreografo sperimentale reduce da esperienze artistiche con alcuni tra i coreografi maggiormente provocatori in circolazione come Carole Armitage e Michael Clark, i DV8 (Dance and Video8, ma la sigla ha anche un’interessante assonanza con il termine inglese “deviate”) si propongono di affrontare rischi fisici ed estetici al fine di abbattere le barriere tra danza, teatro ed esperienze personali, comunicando in maniera chiara e non pretenziosa affinché la danza possa arrivare al maggior numero di perone possibili, sia un’arte accessibile e non più elitaria, metta in scena il quotidiano, tematiche attuali e comprensibili, come il rapporto tra uomo e donna e lo slittamento dei ruoli nella società contemporanea.
Il linguaggio d’innovazione si produce anche attraverso la fusione di più mezzi, ad esempio indagando come codici diversi possano interagire per creare suggestioni e significati alternativi, o collaborando con artisti e professionisti di ambiti differenti per coinvolgere contemporaneamente arte, danza, musica, cinema e architettura. Il corpo del danzatore si trova quindi immerso in un contesto che cambia, frammentato dal computer, schiacciato in spazi angusti o dilatato in location aperte, smontato e rimontato in gesti, sezioni, coadiuvato dalla voce, dal suono, dagli oggetti più improbabili o comuni.
Lavorare mediante il Physical Theatre significa fondamentalmente non aver paura di esplorare e superare i propri limiti, eventualmente rischiare attraverso la messa in dubbio dell’efficacia dei codici finora utilizzati, ma anche poter ampliare il bagaglio di conoscenze del danzatore appropriandosi di una serie di strumenti quali una maggiore espressività facciale, o la voce, o lo sfruttamento di ambienti insoliti.
La scuola di Physical Theatre forse più famosa si trova, naturalmente, a Londra (http://www.physicaltheatre.com
Anche in Italia si svolgono ogni tanto laboratori di questo tipo anche se è necessario conoscere bene scuole e atelier artistici particolarmente orientati verso questo genere di studi, tra questi il Teatro Primo Studio di Milano organizza dei laboratori settimanali di Physical Theatre con una base di Contact Improvisation per il riscaldamento e poi un lavoro di improvvisazione ed esplorazione del movimento e del gesto nella danza.
( articolo di Marta Valeri )