Guardi la Tv?
A cura di Enzo Prisciandaro
Pubblicato il 09/02/2008
Al Palladium di Roma è andata in scena l’1 ed il 2 febbraio una rivoluzionaria interpretazione del teatro musicale. “Dorothy. Sconcerto per Oz” è un vero e proprio ciclone, spiazzante e destabilizzante, da sconcerto per l’appunto.
Dopo la prima nazionale del 10 ottobre al teatro nazionale di Ferrara è stato riproposto al Palladium di Roma, l’1 ed il 2 febbraio, lo spettacolo “Dorothy. Sconcerto per Oz”, prodotto dalla Macedonian Opera and Ballet, per la regia di Fanny & Alexander. La storia evoca le avventure della leggendaria Dorothy nel mondo di Oz, regno dell’inautentico e del fantastico, facendo riferimento alla straordinaria interpretazione di Judy Garland nel film di Fleming. Dorothy è quell’innocenza bambinesca che provoca un autentico ciclone sia negli attori che negli spettatori: “chi l’avrebbe detto che una ragazza come te avrebbe potuto distruggere la mia splendida malvagità?” dice uno degli interpreti, di fronte a tanto scalpore. Lo scandalo risiede innanzitutto nella forma incontrollabile: la rappresentazione è come un quadro a cui manca un punto di fuga. Il custode Him, la cui icona è una citazione del piccolo Hitler di Cattelan ed un’allusione ad Oz, dittatore della Città di Smeraldo (interpretato magistralmente da Marco Cavalcoli), è l’unico che crede di dominare l’Opera. L’artista-Dio in realtà è esploso. Come soleva dire l’ironico Carmelo Bene: “Dio=D’Io”. Ogni attrice ha un suo doppio in un personaggio teatrale, operistico ed in un leitmotiv strumentale: tutto il lavoro sembra girare intorno ad improvvise coincidenze tra testi (il racconto di Baum, il film di Fleming, i romanzi di Landolfi) e personaggi che, entrando in collisione reciproca, danno vita ad altre storie. Attraverso questa magica alchimia dell’incastro prende vita lo sconcerto, forma musicale spiraliforme e stratificazione multipla di esecuzioni musicali live. Lo sconcerto è un omaggio dichiarato alle vertiginose Europeras di J.Cage in cui gli artisti simultaneamente potevano decidere di cantare l’aria o interpretare la frase musicale che volevano, laddove il compositore dava solo indicazioni retoriche. L’ascolto di queste opere, in cui si crea un profondo caos musicale, è stato il vero ciclone che ha fatto germinare questo spettacolo. Viene così fuori una nuova possibilità drammaturgica, un esperimento di alchimie vocali, strumentali, luminose, linguistiche, fisiche ed umane, in cui lo stesso spettatore viene coinvolto. Infatti Chiara Lagani che impersona la donna P., un personaggio di “La piccola Apocalisse”, cammina in sala distribuendo bigliettini, con una proposta: “Andiamo a fare una passeggiata?”. Al megafono recita l’elenco dei vizi e virtù, associandoli ai colori, capaci di cogliere l’essenza delle cose, “Tristezza e dolore! Rosso!”, “Amore fraterno! Azzurro!”, “Gioia e serenità! Biancoazzurro!”: il tutto mentre una pianista suona la partitura sinestetica di “Prometeo: il poema del fuoco” di Scriabin, che concepisce appunto le varie zone musicali secondo una grammatica e retorica del colore. Francesca Mazza che impersona Lucrezia, un personaggio tratto da “Il mar delle Blatte” di Landolfi, legata alle arie della “Butterfly” ed all’inno americano, va invece in giro a provarsi le scarpette rosse, camminando col passetto incrociato come nel celebre film. Da segnalare la sublime interpretazione del soprano Milena Arsovska: l’aria “Ah non credea mirarti”, tratta da “La sonnambula” di Bellini, è quella in cui Amina piange il suo amore perduto, come un fiore appassito cui nemmeno le lacrime possono ridar vita. I nove personaggi femminili, che inizialmente formano le tre figure stregonesche (la strega del Nord, del Sud e dell’Ovest), alla fine della rappresentazione coincideranno immancabilmente con Dorothy: ognuna di loro si posizionerà infatti in gruppo statuario con le altre, restando a fissare uno sbigottito, sconcertato pubblico. (articolo di Erika Eramo).