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Interviste

Intervista a Sandro D’Elia (seconda parte)

A cura di Loredana Limone

Pubblicato il 06/10/2006

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foto intervento

Esiste davvero il paese di Pietracatella?

Accidenti, se esiste! È in Molise, un bel paesino sul cocuzzolo di una collina. Ci sono nati i miei genitori, e da bambino ci passavo Natale, Pasqua, vacanze estive e tutte le feste comandate. Allora c’erano i miei nonni, la sera i contadini tornavano dalla campagna sul mulo, e il vino si faceva con il torchio a mano. Adesso i muli non ci sono più, e nemmeno i miei nonni. Qualcuno il vino lo fa ancora, ed è genuino, buono e forte e sa di sole, ma si guadagna più dai contributi dell’Unione Europea che dalla vendita del prodotto. Sulla strada verso Sant’Elia c’è sempre vento, proprio come quando ero bambino, e allora l’Enel ha pensato bene di montare un bel po’ di pale eoliche: credo che sia stato il maggiore sconvolgimento del paesaggio in quella zona negli ultimi mille anni.

Se capiti da quelle parti, magari d’estate, ti consiglio di passarci. È un bel posto, e quando cammini per strada la gente saluta ancora.

 

Parlaci della premiazione e della messa in scena del tuo lavoro.

Ahi ahi ahi, che dolore! Non ci sono potuto andare. Proprio così, e sto ancora curandomi l’ulcera. Il fatto è che da poco ho deciso di cambiare completamente lavoro e vita. No, il lavoro di scrittore rimane sempre, solo che con quello non ci campo. Ho cambiato il mio lavoro secondario, quello meno importante che però fa mangiare me e la mia famiglia, e adesso vivo a Bruxelles. Ho cominciato venti giorni prima della premiazione, ed ero nel pieno caos di un cambiamento così radicale, tra ricerca della casa, studio del francese, bestemmie per il tempo che qui fa schifo, quando ho saputo di aver vinto il premio. Mi è dispiaciuto molto, soprattutto per la messa in scena a San Patrignano, ma mi era davvero impossibile venire in Italia in quei giorni.

 

So che hai scritto altri racconti eno-gastronomici, dei quali qualcuno ugualmente premiato.

Sì, mi piace parlare di quello che mangiamo. È una cosa importante, anche se la gente fa finta che non sia vero: pensa solo a quanti precetti religiosi riguardano il cibo.

Qualche anno fa ho scritto una favoletta, “Yassa con pollo e senza pollo”, che ha vinto il premio “Racconti nella rete” nel 2004. Lo Yassa è un piatto senegalese, a base di riso, che si fa con il pesce o con il pollo, o con quello che si trova. Come molti piatti africani si mangia con le mani: si fa una palla di riso e con quella si acchiappa quello che si trova al centro del piatto, lasciando i bocconi più buoni alla persona più importante seduta al tavolo. Queste cose me l’ha spiegate un altro amico, Luciano, che in Senegal ha vissuto diversi anni, e parla anche la lingua locale, il Wolof. Dovresti vedere la faccia che fanno i senegalesi quando, per strada, vedono un bianco che parla come loro! Mi sa che un giorno o l’altro scriverò un racconto anche su di lui.

 

Da “grande” cosa vorresti fare: lo scrittore o il cuoco?

Boh. Non lo so. Ma perché, diventerò davvero grande? Ho solo quarantasette anni, non sono ancora pronto! 

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