
Ricordo ancora il silenzio dei nostri pomeriggi insieme: la mamma a sminuzzare le verdure per il minestrone di riso, io a fare i compiti di scuola. Il gatto ronronava acciambellato su una sedia, la pendola scandiva il tempo dei giorni brevi dell’inverno.
Qualche volta alzavo gli occhi dal quaderno e guardavo la mia bellissima mamma.
Anche lei, di tanto in tanto, mi guardava.
Pensavo: “Adesso mi parla, mi racconta qualcosa”. Lei taceva. Avara di parole, come di gesti teneri, non mi interrogava, né mi raccontava i suoi pensieri.
Buttava nell’acqua bollente le verdure tagliate e lavate.
Poi pescava nel sacchetto di juta due manciate di riso e le versava nella tafferia, un recipiente largo e basso, di alluminio, che serviva per mondare il riso.
Osservavo incantata la sua gestualità sapiente nel far danzare i chicchi che si libravano nell’aria, verso l’alto e precipitavano di nuovo sul fondo della tafferia eliminando le scorie che lei soffiava via.
Ogni volta commentava: “Bello, questo vialone abbiatense”.
Io avrei voluto che dicesse: “Bella questa mia bambina”.
Non mi ha mai fatto un complimento, non mi ha mai dato una carezza. Era una mamma di una volta.
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(Sveva Casati Modignani)
Loredana Limone









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