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Strani ricordi di un bibliotecario

A cura di Lidia

Pubblicato il 18/09/2005

Un articolo apparso, fra i tanti interessanti, sul numero di luglio-agosto di "Mente & Cervello" analizza la consuetudine abbastanza diffusa, e neppure troppo recente, di considerare che le cose, un tempo, andassero meglio di adesso. Ma non è il mondo che peggiora, veniva spiegato: è il nostro cervello che ci gioca strani scherzi cancellando gli aspetti negativi del passato

Si tratterebbe di un "effetto cancellazione" che si accentua con l'età: un po' perché gli anziani sono emotivamente più reattivi verso pensieri o ricordi positivi, un po' perché la semplice esposizione ad uno stimolo contribuisce a renderlo più attraente e un po' perché si è spesso diffidenti verso le novità.
Io non credo di potermi considerare anziana - sono da poco approdata nel mezzo del cammin di nostra vita -, eppure mi capita spesso di pensare a quanto la mia infanzia sia stata serena, a come riuscivo a non annoiarmi girando in campagna con la bicicletta e le mie amiche, succhiando acetoselle (non ancora inquinate) e mangiando piccole mele verdi selvatiche. Facevamo a meno di cellulari e di Game Boy, persino della televisione! Eppure siamo sopravvissute. La cosa più trasgressiva che potevo fare, era quella di arrivare tardi per cena, dopo aver trascorso interi pomeriggi a giocare a poker, bevendo coca cola e mangiando salatini. Certo avrò avuto anch'io qualche problema, ma li ho dimenticati, sarà a causa dell'effetto cancellazione...

Più stano però mi sembra l'aver dimenticato qualcosa che ho potuto recuperare solo grazie all'abitudine, presa qualche anno dopo, di scrivere di fatti o di persone che colpivano la mia immaginazione. Erano gli anni delle scuole superiori, credo, perché il libricino su cui ho, per un certo periodo di tempo, preso appunti, riporta date che vanno dal 1981 al 2000.
Leggete un po' che cosa scrivevo nelle primissime pagine, fra gli orari degli autobus per Milano e un meticoloso riepilogo delle spese fatte …

«Era un uomo strano, l'addetto alla biblioteca. Era uno che comunemente si definisce di poche parole. Non che parlasse poco, non parlava affatto. Sembrava ascoltare ciò che gli si chiedeva con un'attenzione solo superficiale. Anzi, non si riusciva a capire neppure se avesse sentito, anche per caso, le tue parole. Poi si dirigeva velocemente verso gli scaffali colmi di volumi, quasi conoscesse a memoria l'ubicazione esatta di ogni testo.
Ciò che più di ogni altro particolare mi aveva stupito fin dalla prima volta che lo avevo visto, erano stati gli occhi. Mi guardavano e sembravano chiedermi qualche cosa che non riuscivo ad immaginare.
Mi guardavo intorno. Perché non parla? Perché non mi dice chiaramente che cosa vuole sapere da me?
Era il mio nome.
Ora lo conosce bene.
Di tanto in tanto, la domenica mattina, prendo la bicicletta e corro in biblioteca a chiedere qualche libro, ma ancora oggi capita quello che voglio considerare un curioso e simpatico equivoco: io chiedo un titolo e me ne viene consegnato uno diverso, senza alcuna motivazione.
Pazienza, perché non dovrei leggerlo?!»

Questo scrivevo più di vent'anni fa: così, fra tutti i libri che mi sono passati fra le mani, alcuni per imposizione degli insegnanti, altri su consiglio o per curiosità ed ora per passione, ci sono anche questi, letti… per sbaglio!
No, non per sbaglio.
A distanza di tanto tempo, cerco di ricordare, ma la memoria non mi sostiene. Forse otterrò maggiori informazioni su quello strano bibliotecario con una ricerca presso il Comune, ma mi piace pensare che quella taciturna presenza, tornata ora sotto forma di appunti sbiaditi dal tempo, volesse, con quei titoli sbagliati, dirmi qualche cosa, mandarmi messaggi che, purtroppo, sono e rimarranno indecifrati.

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