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Ricorrenze

Intervista a Patricia Duncker

A cura di Lidia

Pubblicato il 11/03/2006

Prima parte

Lidia - Nei ringraziamenti finali lei precisa che questo libro è un'opera di fantasia. Paul Michel non esiste, ma Michel Foucault è stato un importante filosofo francese: ha creato lo scrittore protagonista a sua immagine?

Patricia Duncker - Sì, Paul Michel era il vero nome di Foucault. Il mio scrittore è il doppio-fantasma, l'immagine-ombra del filosofo. L'ho creato per fare un regalo a Foucault. Nell'anno durante il quale ho scritto il romanzo sono stata particolarmente ispirata da due biografie di Foucault. E in una di queste, La passione di Michel Foucault di James Miller, ho letto che temeva di non essere un bell'uomo e che aveva sempre desiderato essere uno scrittore, uno scrittore di fantasia, piuttosto che un filosofo accademico. Così io ho dato vita ad un romanziere che fosse estremamente bello e innamorato di Foucault. Quello è stato il mio regalo, realizzare il suo sogno.

C'è qualcos'altro che l'attrae della personalità di Foucault o dei suoi scritti?

Ammiro immensamente il suo coraggio. Sono convinta fosse un pensatore molto audace. E sono immensamente interessata ai suoi legami con la filosofia tedesca, specialmente con Nietzsche e Heidegger. Entrambi questi filosofi furono importanti poeti - furono scrittori così come pensatori. Penso che il desiderio di Foucault di essere uno scrittore - un vero scrittore - fosse legata a questa passione per la tradizione tedesca. Poesia e filosofia sono, a mio modo di vedere, sorelle.

Una delle parti più significative del romanzo mi sembra quella dedicata alle lettere che Paul Michel avrebbe scritto a Michel Foucault: possono considerarsi una chiave di lettura dell'intero testo?

Il fatto stesso che sono state scritte in qualche modo le collega al progetto che costituisce il cuore del romanzo. La questione è: sono state scritte per essere mai spedite? Paul Michel stava semplicemente immaginando questo rapporto speciale con Foucault? Io immagino fosse così. Il rapporto non è mai esistito. Era una fantasia che nutriva la sua vita di scrittore.
E in questo senso, io stessa mi sono trasformata in una specie di doppio/fantasma per Paul Michel. Quando stavo scrivendo il romanzo ho avuto "un'overdose" dell'opera di Foucault e della storia della sua vita. Sono diventata quasi ossessionata da lui. Così, una notte, erano circa le due del mattino, ho visto Michel Foucault salir fuori dal mio frigorifero. Ho capito che avevo lavorato troppo duramente, tanto da avere allucinazioni di Foucault. Così ho lasciato perdere e sono andata a letto.

Perché non compare mai il nome dello studente inglese e della germanista?

Io non scrivo narrativa realistica. Come si può trasmettere questo messaggio al lettore senza togliergli il piacere di immaginare che la storia sia vera?
Non abbiamo difficoltà ad immaginare le fiabe che, allo stesso modo, non sono vere, ma fiabe, appunto. Io scrivo storie. Non dare un nome ai miei personaggi è stato il tentativo deliberato di indicare che i personaggi sono definiti dal ruolo, dalle loro azioni, piuttosto che da identità private. Pensiamo alle fiabe: i personaggi sono generici, Il Re, Il Principe, La Fata Madrina, Il Figlio del Mugnaio. E quando viene menzionato un nome - Tremotino, Cenerentola, Il Marchese di Carabas, Barbablù - l'accento cade proprio sul nome.
In questo modo, Paul Michel diventa cruciale.
Raccontare storie mi appassiona. Mi vedo come una narratrice di storie, le mie intenzioni sono nascoste nelle strutture delle mie storie.

Di suo, ho letto anche Lo spazio mortale che ci divide dove, come in questo romanzo, l'ambientazione si sposta dall'Inghilterra alla Francia: sembra che lei ami e conosca bene questo paese…

Ho vissuto e lavorato in Francia e in Germania, e parlo entrambe le lingue. E' un grande dono essere in grado di leggere e parlare in un'altra lingua, un'enorme libertà. Lingua e paesaggio sono strettamente legati uno all'altro. Così, per me, un paese, la sua letteratura e la sua lingua si sovrappongono e offrono informazioni l'uno dell'altro.
Siamo straordinariamente fortunate a vivere in Europa, un continente con un passato ricco e oscuro e con enormi differenze fra culture e intelletti.
Gli scrittori inglesi che più ammiro, - Charlotte Brontë e George Eliot, hanno entrambi viaggiato in Europa ed hanno utilizzato questa esperienza nella loro opera. Sto pensando al collegio a Bruxelles della Brontë ed alla casa per il gioco d'azzardo a Baden Baden di Daniel Deronda di Eliot. Elizabeth Barrett Browning ha stabilito la sua residenza a Firenze ed è nascosta là. Come tutti questi scrittori sono una persona che viaggia, e romantica quando si parla di Europa.

Continua...

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