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Anticipazioni - Novità in libreria

Intervista a Valter Binaghi

A cura di Lidia

Pubblicato il 24/11/2007

L'autore de I tre giorni all'inferno di Enrico Bonetti, cronista padano


Lidia Gualdoni - Bene, vorrei, tanto per cominciare, sapere qualche cosa di te: come nasci come scrittore, a chi ti ispiri....

Valter Binaghi - Nasco tardi. Avevo pubblicato articoli e racconti e curato libri sul rock tra i diciannove e i ventun'anni, ma poi mi sono autoimposto il silenzio per altri venti. La mia generazione e il mio percorso personale si erano risolti in un naufragio, e ho pensato che mi spettava un po' di purgatorio, ma anche provare a ricostruirmi: studiare sul serio, trovarmi un lavoro, metter su famiglia. Ho fatto bene, direi: altri miei coetanei hanno fatto del reducismo un mestiere. Mi sono rimesso a scrivere a quarant'anni, nel momento in cui sentivo di avere una conoscenza reale del mondo da trasmettere. Non credo affatto nell'arte per l'arte, meno che mai nel romanzo generazionale del ventenne di turno: nel migliore dei casi è lo strumento per spacciare stereotipi fortemente ideologizzati, nel peggiore puro delirio narcisistico. Credo nella scrittura che procede da una maturità di giudizio. Gli italiani di oggi che ammiro? Avoledo, Fois, Siti, Zaccuri. Quelli di ieri? Pomilio, Pontiggia. Quelli dell'altro ieri? Pasolini su tutti.

Nel tuo romanzo ci sono così tante idee e così tanti spunti che qualcun altro, con tutto questo materiale, ne avrebbe scritti 3 o 4 di libri: non sei d'accordo?

La mia formazione è filosofica, non letteraria, e anche il mio approccio al romanzo è più quello del romanzo di idee che non della pura fiction, anche se mi servo degli stereotipi del romanzo di genere per rappresentare la società contemporanea. Uno dei miei interessi dominanti è sempre stata l'interpretazione filosofica della frattura tra tradizione e modernità, e la lettura del sociale in chiave teologica. Nel romanzo si vede, credo.

Qualche tuo collega da me intervistato sulla scelta, ad esempio, di New York per l'ambientazione del suo romanzo mi ha spiegato che, al contrario dei piccoli centri di provincia, nelle grandi città come questa può succedere di tutto. Tu sembri pensarla in modo diverso...

Oggi si vive in una dimensione che Scurati definisce dell' “inesperienza”, una realtà interamente semiotizzata, ridotta a puro spettacolo televisivo. A differenza di cinquant'anni fa, oggi un adolescente scolarizzato a Milano e uno che cresce in una comunità montana con televisione e ADSL assimilano gli stessi modelli relazionali, gli stessi linguaggi. Per un italiano, ambientare un romanzo a New York è puro esotismo, o ricerca frenetica del successo in traduzione. Oggi come oggi, più ti sposti e meno viaggi. Il vero viaggio è dentro.

Tu sei anche professore di filosofia in una scuola superiore. Nelle pagine in cui descrivi alcuni tuoi colleghi (nella finzione, naturalmente), esprimi anche il tuo personale punto di vista sui giovani, sulla scuola e sul suo ruolo? I tuoi ragazzi non si sentono un poco osservati dall'occhio dello scrittore?

La scuola fornisce un punto di osservazione privilegiato sugli adolescenti, che sono vittime e attori dei mutamenti sociali in modo tutto speciale. In tutti i miei romanzi l'adolescenza ha un ruolo fondamentale, ma non tanto perchè faccio l'insegnante, quanto perchè l'adolescenza è l'emergenza sintomatica del sociale. I miei studenti non vengono coinvolti nella mia attività di scrittore: la filosofia è ancora più pericolante della letteratura e preservarne lo stile di pensiero è il mio dovere primario. Inoltre, scrivo di adolescenti ma non per adolescenti: spero che siano i loro padri a leggermi, più di loro (che in verità leggono poco: più che altro navigano il pattume cosmico della Rete).

Tu sembri "avercela" con tutti - politica, religione, filosofia, scuola, progresso scientifico e tecnologico, televisione... - ma, alla fine, qualcuno si salva?

In realtà non “ce l'ho” con questo e con quello, ma ciò che denuncio è l'invasione strisciante di una vera e propria malattia sociale, che si chiama narcisismo in psicologia, pensiero debole in filosofia e tecnocrazia in politica. Certo, fingere di credere in uno scontro tra Destra e Sinistra mentre il mondo è governato dalle banche e la psiche collettiva dalla televisione non aiuta.

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