Maria Trigona è notaio, figlia di notaio; la sua famiglia è antica e legata ai poteri “forti” dell’isola, mafia e massoneria. Una famiglia solo apparentemente unita, vittima in realtà di lacerazioni interne e minacciata da “qualcuno a cui i Trigona non stanno bene”. Maria ha alle spalle un matrimonio che la Sacra Rota sta per annullare, molti amanti - tutte “mezze cartucce”, almeno fino alla relazione con il “presidente” - ed una professione che non avrebbe voluto intraprendere:
“Non doveva fare il notaio, che errore, che sbaglio, quanto le è costato, quanta disumana fatica. Lei era destinata alla ricerca scientifica ”.
Maria ha anche un’inquietudine, un buco di solitudine che la spinge verso il mare, una paura avvalorata ora da fatti nuovi che si sono verificati: l’ideale di serenità che va rincorrendo da anni, che potrebbe forse materializzarsi in un matrimonio felice con l’uomo giusto, è minacciato dalle preoccupazioni per l’incolumità dei familiari. Maria, allora, vuola capire, vuole sapere, vuole contribuire in qualche modo alla soluzione di un problema di cui tuttavia ignora i dettagli ed i risvolti più pericolosi:
“Suo padre la preoccupa, non la fa dormire, lo sente preso da qualcosa che non vuole dire. E se anche a lui, al presidente, capita quello che capita, i crisantemi sulla porta di casa, la sua paura è più concreta , sente incombente la disgrazia, qualcosa di terribile in aria”.
È aberrante che il padre la tenga all’oscuro di certe cose, ma il mondo politico e imprenditoriale camminano sulla lama del rasoio: è facile perdere l’equilibrio e farsi male. Il rimedio, però, è darsi da fare. Il comando è lottare, nonostante il divieto del padre ad intromettersi. Come spesso succede quando si ha a che fare con il malaffare endemico, quasi improvvisamente, qualcuno la rassicura che “tutto è rientrato”, che “quello che doveva essere fatto è stato fatto” e che “nessuno corre pericoli”. È attraverso gli occhi di Maria che ci viene mostrato un sistema di potere basato sull’equilibrio di antiche amicizie e di segrete alleanze. Un sistema che la donna non cerca di cambiare, ma solo mantenere a suo favore. Questa sua forma di egoismo, che diventa limite e fragilità insieme, la rende, in questo contesto, una donna vera e credibile, non un’improbabile eroina.
A questo punto potrebbe aprirsi un finale più roseo di quello che le premesse e la sensazione di tragedia imminente che percorre tutto il romanzo lasciano a stento immaginare.
Ma il presagio di ciò che succederà si trova forse già nell’emblematica descrizione delle cadute più rovinose di Maria. Maria che inciampa nel tappeto del salotto del presidente, Maria che ricorda di essere inciampata davanti alla commissione di laurea nella toga per una movenza un po’ troppo sontuosa e la prima volta che aveva incontrato il marito ai giardini, quando si era imbrigliata coi piedi in una di quelle catene che delimitano e decorano i viali. Infine, Maria che pasticcia scendendo dalla macchina, incespica, infila il tacchetto nella chiavica
L’epilogo, emblema del vuoto di valori e di un’esistenza senza tragedia, sembra comunque consegnare a Maria, proprio in quel vuoto dove neppure il trauma o la paura possono imporsi, una possibile via di salvezza.
Intervista a Marco Vespa
Marco Vespa
Nata in riva al mare
Marsilio
pp. 160, 14,00
[Questo articolo è stato pubblicato anche su Stilos del 28-08-07]
Lidia









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